Barzelletta. Oltre il mare

Ho preso tempo, tanto tempo prima di scrivere questo pezzo. L’unico vero pensiero che mi accompagnava durante la lunga riflessione era quello di riuscire ad essere obiettiva, raccontare i fatti, non eccedere da nessuna parte. E’ una storia come migliaia di altre, è una storia che nessuno legge. Quelle realtà che ignoriamo volutamente perché complesse, perché lontane, perché la pigrizia ci accoglie ogni volta che non si parla di noi.

Eppure, di noi si parla, perché noi abbiamo fatto in modo che si giungesse fin qui. La nostra supremazia, la nostra fame di ricchezza, il nostro ritenerci invincibili, la nostra negligenza, il nostro credo che le distanze non si accorcino mai, che ciò che l’occhio non vede non duole al cuore. Noi, semplicemente noi, che ammiriamo la bellezza della natura solo quando ci si può fruttare con essa, noi che siamo amici di tutti se quell’amicizia ci porta guadagno, noi che anche quando diciamo di aiutare lo facciamo per sentirci dire grazie o per riservarci di fare dei beni altrui un pò quel che ci pare.

E’ una storia che parla di noi, ma a noi non piace. Perché adesso richiede impegno, fatica, investimento, umiltà, pagare pegno, richiede l’altra faccia della medaglia, quella che abbiamo venduto nei secoli ma che adesso è ora di tirare fuori per davvero, l’umanità.

La voglio raccontare come una barzelletta, – sperando che chi è pigro si faccia prendere un po’ di più.

“C’erano quattro ivoriani, un senegalese ed un maliano. Tutti giovani belli e prestanti. Di religione mussulmana. Ibrahim, il più grande di tutti (32 anni) aveva due figli, poi c’era Sualju, ivoriano anch’esso padre di un bambino di 3 anni, gli altri due della Costa d’Avorio erano ragazzi di 21 anni, schivi ed un po imbronciati. Il senegalese si chiamava Suaib, 20 anni, il ragazzo maliano invece si chiamava Adam, 21 anni.

Ok, vi siete già persi, ma non preoccupatevi, non è importante ricordare i loro nomi. Tornando alla barzelletta:

Ibrahim si sveglia una bella mattina ed osservando le meraviglie e la tranquillità che gli offre il suo villaggio decide di non andare a lavorare (costruttore edile). Osservando i gruppetti di ragazzini che giocavano intorno la sua casa gli venne l’idea di incamminarsi verso la Burkina Faso. Voleva tornare bambino ancora e perciò doveva dare seguito ad un capriccio, non si era mai allontanato dal villaggio, quel giorno lo avrebbe fatto! Cosi, senza salutare nessuno, sicuro che i figli erano con la loro madre e la zia iniziò il suo viaggio turistico. Pian piano, piccoli passi alla volta, con in mente solo l’eccitazione della sua marachella ritardata si trova in ben che non si dica a Burkina Faso, uno Stato democratico, sereno, ricchissimo, con gente accogliente e soddisfatta della proprio vita. Donne stupende che passeggiano nei villaggi, uomini amiconi di tutti ed un ordine sociale da fare invidia anche alle migliori democrazie. Lì, fa amicizia subito, e tanti di loro gli spiegano che ciò che hanno è nulla in confronto a quello che offre il Niger. Ibrahim era incredulo, ed avendo assaggiato quei momenti cosi pieni di vita era intenzionato a scoprire di più. Con il cuore sereno riguardo ai figli che aveva lasciato nel suo villaggio, riprende il cammino verso il Niger. Credeva di sognare, le strade erano tutte asfaltate, illuminate, le persone che incontrava gli offrivano da mangiare, lo dissetavano, lo accoglievano nelle loro ville e lo lasciavano rinfrescarsi nelle loro piscine private. Aveva attraversato due Stati e la sua Africa non l’aveva delusa, tutto ciò che aveva in casa sua lo trovava anche nel suo viaggio . Il Niger era splendido, gli alberi ed il deserto che convivevano serenamente, le docce a cielo aperto, i parchi giochi pieni zeppi di bambini, le case colorate, le sagre di paese, le macchine lussuose, le catene d’abbigliamento sovraffollate di clienti, la cucina gustosa e piena di varietà succose, i locali notturni, gli amanti su una poltrona, le amiche sui sgabelli, i drink favolosi. Predominava una serenità che ti travolgeva. Ibrahim se ne è innamorato letteralmente di quel Paese. Ma, come ogni adulto tornato bambino doveva portare fino in fondo il suo capriccio prima che fosse troppo tardi per ritornare in Costa d’Avorio. Cosi, riprese il cammino verso la Libia. Questo magico Paese dove regna la serenità. Ne aveva sentito parlare dai suoi amici che avevano dato vita ai loro sogni da bambini prima di lui, ma ciò che stava vivendo in prima persona Ibrahim non poteva essere raccontato, non si trovano aggettivi per descrivere la bellezza di quella realtà, non esiste un vocabolario degno di raccontare quella meraviglia. Si sentiva come se stesse vivendo la vita di un Re nelle favole che sua madre le raccontava da bambino. Ovunque girasse per quel Paese l’arcobaleno che rivestiva le case, le insegne dei negozi, i sorrisi delle persone, il silenzio nelle strade, la gioia dei ragazzini all’uscita dalla scuola, quella dei fidanzatini all’angolo della strada, ogni piccolo particolare, ovunque lui poggiasse lo sguardo era colorato, era magistrale. Non poté credere a ciò che stava vivendo, le emozioni tanto forti che gli stavano attraversando il petto. Decise di fermarsi più allungo in Libia, decise di lavorare in Libia, di tirare su una casa in Libia, di essere Ibrahim libico. Avrebbe chiamato a sé anche la sua famiglia. Il suo villaggio era splendido ma la Libia, Libia era tutt’altra cosa, era insuperabile in confronto e tutti i suoi cari avrebbero dovuto viverla. Cosi fece. Non riusci a fare il costruttore edile come in Costa d’Avorio ma si accontento di lavorare per una famiglia benestante, fare le loro le faccende di casa, la spesa, sistemare i cancelli, piccoli lavori di muratura, e qualche volta rappresentarli negli uffici. Era l’uomo di fiducia. In cambio gli davano vitto alloggio ed una lauta paga per potersi permettere di comprare la villetta rossa che aveva visto in fondo al viale principale dove sistemare la sua famiglia una volta ricongiunti.

Le comunicazioni fitte con i parenti l’ho avevano informato di altri ivoriani residenti in Libia, cosi si era fatto avanti nelle associazioni culturali che li rappresentavano ed aveva fatto amicizia, tra tutti anche Sualju. Erano entrambi felici di aver assecondato quel bambino che era in loro ed aver scoperto il vero paradiso terreste. Si riunivano ogni sera dopo lavoro a raccontare i propri progetti, i desideri da realizzare ancora,le case che avrebbero comprato, le macchine che avrebbero guidato, le scuole dove avrebbero mandato i loro figli, le uscite galanti con le rispettive moglie, il cielo, sì, il cielo che si poteva toccare con un dito.

Sualju si trovava in Libia da oltre un anno e nonostante tutto quel tempo non riusciva a non essere entusiasta della vita che stava facendo e che da lì a poco avrebbe garantito anche al suo figlio di 3 anni. Era contagioso, ed Ibrahim ne era catturato. Oramai erano fratelli.

Cosi, un bel giorno,incontrandosi al solito bar, alla solita ora dopo il lavoro per parlare del solito sogno che stavano vivendo, incontrarono un solito felice libico che gli racconta una insolita storia. Quella dell’Italia. Il Paese oltre il mare, l’Europa. Il ragazzo libico era comandante delle navi da crociera del più grande gruppo del Paese ed aveva un archivio di storie da raccontare che quella notte lascio lo spazio all’alba senza che Ibrahim e Sualju se ne accorgessero. Drink dopo drink, sigaretta dopo sigaretta scoprirono un mondo distante poche miglia che stava soffrendo di fame, bruciato dalle guerre, distrutte dall’odio, sottomesso al potere dittatoriale. Donne insofferenti, bambini affamati, strade inesistenti. Gruppi etnici armati e spietati. Un D-io macchiato, offeso, usato, denigrato. Bambine vendute, piccoli soldati, vecchie massacrate, anziani sgozzati, ragazzine stuprate davanti agli occhi dei genitori, abiti lerci, acqua infetta, piante malate.

Come era possibile? A poche miglia da lì, a poche ore di navigazione, da una parte il paradiso, dall’altro l’inferno. Il mare, il limbo.

Erano increduli! Talmente increduli che diedero la colpa ai drink del comandante. Quelle erano storie raccapriccianti. Perché mai, persone uguali a loro, ai libici, maliani, kenioti, ivoriani, africani, dovrebbero vivere in quelle condizioni sapendo che si può avere di più. Si può essere liberi, si può lavorare, si può esprimere il proprio parere impedendo all’anarchia di avanzare, si possono tutelare i propri figli, difendere le proprie madri, la propria moglie, le proprie case. A poche miglia di distanza si è umani, si ha dignità, si vive!

Il giorno dopo tornano al bar decisi di non permettere all’alcool di dare loro alla testa, ma anche curiosi di capire se il comandante della nave da crociera fosse sobrio nel raccontare, se quelle storie erano vere, se quegli uomini, donne, bambine, bambini, vecchie e vecchi esistevano veramente, respiravano in questo mondo veramente, sopravvivevano a quell’inferno veramente.

Il comandante non si fecce pregare, ordino giusto un caffè ed una volta mandato giù gli chiese di seguirlo. Si diresse verso il porto navale, li invito a salire sulla sua immensa nave da crociera chiamata “Hope”, alta dodici piani, lunga quanto quattro campi da calcio e larga un quartiere intero. Salirono a bordo, ed attesero l’orario di partenza per la crociera. Ammazzarono il tempo bevendo tè e fumando sulla prua. Il mare era calmo tanto da sembrare uno specchio. I motori della nave sembravano gli facessero male e poi il tempo di andare avanti e la distesa di tranquillità marina si ripresentava. Veniva voglia di tuffarsi, ma il pensiero di ciò che avrebbero potuto vedere nelle coste d’Europa li tenne incollati alle poltrone. Ma si dimenticarono presto della destinazione, iniziarono a girovagare per la nave, fecero amicizia con i turisti, seguirono lo spettacolo al quarto piano, poi scendettero in discoteca al secondo, poi si tuffarono nella piscina del dodicesimo, e poi ancora il piano bar, il karaoke, la gelateria, il sushi, il ristorante indiano,un pò di spesa nella galleria shopping e tutto ad un tratto, il comandante annuncia l’inchino a Lampedusa.

Alzarono gli occhi sugli oblo, mandarono giù la saliva a fatica, immobilizzati, silenzi tuonanti, braccia pesanti, ginocchia doloranti…osservarono come il mare può sparire sotto ai corpi degli disperati…”

Non sono mai stata brava a raccontare le barzellette, e francamente in questa non ci trovo nulla da ridere. Mi auguro vi sia piaciuta lo stesso. E se vi chiedeste che fino hanno fatto gli altri due ivoriani, il senegalese ed il maliano, beh, erano turisti sulla nave.

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