“Breve diario di frontiera”

Ho letto questo libro tutto d’un fiato. E’ stata una scelta, quasi obbligata, poiché non era previsto che fossi io insieme al mio amico Ilir Gjika a presentarlo.
Ed allora, ecco che Ilir legge il libro di sabato e la sera dello stesso giorno me lo riporta a casa. Arrivo a sfogliarlo verso le 22 e poco prima dell’una di notte della domenica sono a scrivere le mie impressioni a Ilir e a Gazmend. Del tutto incurante dell’ora. Mi ero completamente persa e – incosciamente maleducata – faccio giungere lo squillo di notifica del messaggio a Gazmend e Ilir svegliandoli. Ma l’unico pensiero che covavo era raccontare ciò che come messaggio primo mi giunse divorando letteralmente il libro.
Oltre le fatiche, oltre le disgrazie, oltre una storia dittatoriale unica al mondo, oltre il percorso a piedi, 8 giorni, per attraversare la frontiera Albania-Grecia, oltre tutto ciò di cui sentiamo parlare da anni senza mai approfondire bene, e che l’autore ha saputo non solo raccontarlo ma immedesimarci con il suo percorso è la seconda parte del libro che mi ha lasciata senza parole. O meglio, le parole da dire sono infinite, i concetti da esprimere sono chiarissimi, il messaggio da mandare è unico e veritiero, ma nel libro c’è tutto questo. Tra l’alternarsi di scritture in corsivo che riportano il diario e quelle in stampatello che fanno fede ad un analisi più distante dalle emozioni di primo getto, l’autore è riuscito, e riuscirà anche con voi, a specchiare la realtà, il vissuto d’animo, i conflitti interiori, le scelte mai abbastanza libere, più una libertà tra quelle che puoi fare, il che stringe il cerchio di molto in confronto a chi nelle scelte può spaziare. Kapllani, scrive questo libro nel 2006, all’apice della sua realizzazione professionale, e oggi è più che attuale.
“Per conoscere un immigrato bisogna conoscerne la storia” scrive Kapllani. Con una scrittura che non sa né di arresa e né di ribellione. Ha un occhio molto comprensivo e riesce a raccontare con un sarcasmo gotico persino i cartelli all’ingresso dei locali con su scritto “Vietato agli albanesi e ai cani”. Siamo in Grecia: anni addietro non troppi anni fa, parliamo subito dopo la seconda guerra mondiale quei cartelli riguardavano gli italiani. Cosa è cambiato? Nulla! Cosa si può fare? Tanto!
E poi c’è il rapporto tra gli immigrati di “prima mano” e quelli di “seconda”, ossia i figli dei primi, nati e cresciuti in Grecia, per noi in Italia, che sono perennemente senza identità. Che conoscono il paese d’origine dai racconti dei propri genitori, che magari ne conoscono la lingua, le tradizioni, probabilmente si cibano con i piatti tipici delle loro zone, ma che respirano Grecia, (Italia), che conoscono come loro paese la Grecia, che hanno amici greci, studiano greco, e come gli autoctoni si distinguono dagli immigrati. Non accettano il compromesso di un lavoro pagato meno, di un posto che non rappresenta la loro preparazione, di risparmiare sui vestiti, rinunciare alle vacanze, di racimolare piano piano abbastanza soldi per poter un giorno tornare. Tornare dove? Loro non sono mai partiti. Loro sono greci.
Non voglio dilungarmi di più, non voglio svelarvi oltre. Questo libro è uno di quei casi particolari in cui raccontandolo non è assolutamente possibile trasmettere l’intero pathos che trasmette.
Libreria Diari di Bordo, in via Santa Brigita 9, Parma.
Il pluripremiato scrittore internazionale Gazmend Kapllani si troverà domani (lunedì 9 ottobre) alle 18 a confrontarsi con i giovani dell’associazione albanese Scanderbeg. Accompagnano la presentazione Darina Zeqiri e Ilir Gjika.

 

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