Donne Migranti. Ne parla Scanderbeg Parma

Quando si parla di donne si parla dell’universo nell’insieme. Con le sue meraviglie, i suoi colori, i suoi profumi. Si parla della bellezza e la forza che occorre a rimane tali, spesso quest’ultima indispensabile perché la bellezza non diventi mai un aggettivo riduttivo bensì il binomio perfetto dell’essere donna: Coraggio, determinazione, regalità.
Ieri al convegno Donne Migranti organizzato dall’associazione Scanderbeg Parma in collaborazione con l’univesità degli studi di Parma e la rivista Confronti, sotto la guida di Vojsava Tahiraj, mediatrice culturale nonché ideatrice e organizzatrice dell’evento per l’associazione Scanderbeg si è parlato della donna nel suo insieme, con le sue infinite sfaccettature, la sua sensibilità e visione acuta della realtà che la vive prendendo spunto dalla condizione della donna albanese migrante riportata anche nel libro ricerca Donne d’Albania.
Per l’occasione hanno presieduto il convegno tenutosi nella splendida aula dei Filosofi nella sede centrale dell’Università di Parma anche i due autori del libro, il sociologo Rando Devole e il direttore della rivista Confronti, Claudio Paravati, rivista che ha anche pubblicato e promosso sin dall’embrione la ricerca e il tentativo di inizializzazione della conoscenza della donna albanese. Ad approfondire con ulteriori analisi in merito all’essere donna e la sua condizione da migrante l’università di Parma è stata rappresentata dalla professoressa Vincenza Pellegrino, sempre in prima fila affianco alle donne e all’educazione della società alla conoscenza come metodo per abbattere le barriere che vedono contrapporsi i maschi contro le femmine e purtroppo anche le femmine tra di loro per compiacere ad un mondo di maschi.

“La donna migrante, – spiega nel suo intervento prof.ssa Pellegrino,- si trova in conflitto molte più volte: con tenere fede alle sue origini, usi e costumi, con cercare di fondersi con la cultura del Paese dove si trova migrante, nel cercare di prendere le distanze da altre donne con le quali condividono il Paese di provenienza, ed infine nel cercare di rimanere fedele a se stessa: donna, non un numero che rientra nel calcolo statistico della percentuale migranti in un dato Paese. Le donne, – ha continuato Pellegrino, – trovano nell’associazionismo il loro equilibrio, la loro dimensione. Una dimensione che può essere segno di realizzazione del proprio io, quindi si offrono alla comunità perché si sentono ricche, serene e pronte a dare il loro contributo, oppure perché nei conflitti che le affliggono e le mettono alla prova costantemente non sono riuscite a farcela, e allora “l’unione fa la forza”, si sentono meno sole in compagnia di altre donne simili a loro ma ugualmente irrealizzate. Questo perché l’universo della donna non può essere compreso a colpi di legislazioni, ma studiato, approfondito ed apprezzato per la sua complessità”

Prendendo spunto proprio dalla riflessione della Pellegrino, Rando Devole ha spiegato come l’auspicio che lui insieme a Paravati, coautore del libro Donne d’Albania, presentano sia quello di portare l’uomo non solo a non essere rivale, ma bensì alleato e addirittura promotore della dignità della donna. Nel libro, – continua, abbiamo dato spazio anche agli uomini proprio per far sapere alle donne che noi ci siamo. Andiamo educati, ma ci siamo e dobbiamo sempre essere in simbiosi con la nostra metà in questo mondo, l’irrinunciabile donna. Per questo quando Vojsava ci ha proposto di essere parte dei relatori in questo convegno dedicato alle donne non abbiamo fatto altro che attendere che si confermasse la data.”

“Le donne, – ha continuato nel suo intervento il direttore Paravati, – hanno bisogno di essere ascoltate ed è per questo che nel viaggio che abbiamo fatto insieme a Rando abbiamo offerto un microfono alle loro voci. Perché ci dicessero le loro emozioni, perché ci aiutassero a spiegarle ai nostri lettori. Abbiamo notato come le donne dell’Albania le troviamo nelle donne italiane e viceversa. E questo è sintomo di come qualsivoglia sia la provenienza della donna, essa è soprattutto donna e come tale le sue emozioni, la sua caparbietà, la sua determinazione, la sua fragilità la troveremo in tutte. Noi dobbiamo imparare ad insegnare ai nostri figli di fermarsi davanti all’essere donna soprattutto”

E proprio di cosa significa essere donna migrante, senza la pretesa di rappresentarle tutte perché ogni donna ha un’universo intimo che la vive in solitudine, Vojsava Tahiraj ha interpellato la giornalista Adela Kolea, la quale nel libro riporta la ricchezza delle sue origini miste italo/albanesi.
“Io, -spiega Kolea, – non ho avuto il travaglio che altre donne albanesi hanno dovuto affrontare ed altre continuano ad affrontare come quello delle lunghe fila davanti ai cancelli degli uffici immigrazione. Ho ereditato la ricchezza di avere una nonna italiana la quale mi trasmise la cittadinanza quasi immediatamente giunti in Italia dopo la caduta del regime comunista. Ma proprio per queste mie origini ritengo che il viaggiare, come fece mio nonno quando da giovane venne a studiare in Italia dove conobbe mia nonna e con un altro viaggio la porto con sé in Albania facendola sentire a casa, sia la chiave di un’evoluzione di culture. Una donna ha la facoltà di affrontare qualsiasi viaggio con visione positivistica, io mi ritengo un frutto di questo viaggiare”

Le donne però migrano da sempre. L’ultima grande migrazione delle donne albanesi risale alle cronache negli anni ’90 nelle coste italiane. Da queste donne sono nate altre donne, la cosiddetta seconda generazione, che vivono conflitti diversi, tra sentirsi italiane o albanesi, tra scegliere uno o l’altro Paese come rappresentante, che subiscono discriminazioni per le loro origini pur essendo da sempre o quasi sempre vissute in Italia, che temono di non rispettare abbastanza i loro genitori se non parlano e non si sentono albanesi, e temono di non apparire mai abbastanza italiane davanti ai loro amici. Donne che crescendo trovano un equilibrio ed una spiegazione alle loro domande. Che oggi lavorano e si istruiscono sicché il loro posto e le loro emozioni non siano percepiti un problema. Donne, come Marjeta Ceka, giovane studentessa di giurisprudenza di origini albanesi all’università di Parma interpellata da Vojsava Tahiraj come il frutto della migrazione delle donne d’Albania.
Nel suo intervento Ceka ha toccato temi come parità di diritti, integrazione, studio/lavoro, discriminazione e sessismo, e proprio su questo, in linea con i studi di giurisprudenza, si è soffermata sulla Costituzione italiana e quella albanese.
“Le considero, – ha detto, – due costituzioni molto ben fatte. Ma di certo scritte ed interpretate al maschile. In nessuna delle due si parla della figura umana, quindi l’insieme, uomini, donne e terzo sesso, ma si definisce l’essere umano “uomo”, così facendo si inculca inconsapevolmente la discriminazione ed il sessismo.”

I ringraziamenti da parte dell’assessora Nicoletta Paci e la Console Generale d’Albania a Milano Anita Pojani, per il lavoro continuo svolto da parte dell’associazione sono stati seguiti anche dalla promessa di incentivare il lavoro dei volontari a continuare a parlare dell’Albania nel suo insieme.
“Realtà come quella di Scanderbeg, – ha detto Paci, – sono il fiore all’occhiello di una società che cambia in meglio”
“Attività di questo calibro, – ha sottolineato Pojani, – saranno sempre da me promosse, perché sono una donna che ha il peso di essere donna e Console d’Albania, di dover dare risposte a migliaia di altre donne, un peso che solo una donna può comprendere e può portare con entusiasmo”

Il convegno organizzato dall’associazione Scanderbeg Parma venerdì scorso è stato un incontro decisamente molto più ricco di quanto possiamo riportare in un articolo di cronaca. La presenza di un pubblico variegato, tra adulti, più adulti e giovani, tra studenti e lavoratori, tra donne e tanti uomini che hanno riempito e seguito con interesse tutti gli interventi dimostra come la donna sia la figura centrale della società, da sempre anche all’interno dell’associazione albanese.

 

“Breve diario di frontiera”

Ho letto questo libro tutto d’un fiato. E’ stata una scelta, quasi obbligata, poiché non era previsto che fossi io insieme al mio amico Ilir Gjika a presentarlo.
Ed allora, ecco che Ilir legge il libro di sabato e la sera dello stesso giorno me lo riporta a casa. Arrivo a sfogliarlo verso le 22 e poco prima dell’una di notte della domenica sono a scrivere le mie impressioni a Ilir e a Gazmend. Del tutto incurante dell’ora. Mi ero completamente persa e – incosciamente maleducata – faccio giungere lo squillo di notifica del messaggio a Gazmend e Ilir svegliandoli. Ma l’unico pensiero che covavo era raccontare ciò che come messaggio primo mi giunse divorando letteralmente il libro.
Oltre le fatiche, oltre le disgrazie, oltre una storia dittatoriale unica al mondo, oltre il percorso a piedi, 8 giorni, per attraversare la frontiera Albania-Grecia, oltre tutto ciò di cui sentiamo parlare da anni senza mai approfondire bene, e che l’autore ha saputo non solo raccontarlo ma immedesimarci con il suo percorso è la seconda parte del libro che mi ha lasciata senza parole. O meglio, le parole da dire sono infinite, i concetti da esprimere sono chiarissimi, il messaggio da mandare è unico e veritiero, ma nel libro c’è tutto questo. Tra l’alternarsi di scritture in corsivo che riportano il diario e quelle in stampatello che fanno fede ad un analisi più distante dalle emozioni di primo getto, l’autore è riuscito, e riuscirà anche con voi, a specchiare la realtà, il vissuto d’animo, i conflitti interiori, le scelte mai abbastanza libere, più una libertà tra quelle che puoi fare, il che stringe il cerchio di molto in confronto a chi nelle scelte può spaziare. Kapllani, scrive questo libro nel 2006, all’apice della sua realizzazione professionale, e oggi è più che attuale.
“Per conoscere un immigrato bisogna conoscerne la storia” scrive Kapllani. Con una scrittura che non sa né di arresa e né di ribellione. Ha un occhio molto comprensivo e riesce a raccontare con un sarcasmo gotico persino i cartelli all’ingresso dei locali con su scritto “Vietato agli albanesi e ai cani”. Siamo in Grecia: anni addietro non troppi anni fa, parliamo subito dopo la seconda guerra mondiale quei cartelli riguardavano gli italiani. Cosa è cambiato? Nulla! Cosa si può fare? Tanto!
E poi c’è il rapporto tra gli immigrati di “prima mano” e quelli di “seconda”, ossia i figli dei primi, nati e cresciuti in Grecia, per noi in Italia, che sono perennemente senza identità. Che conoscono il paese d’origine dai racconti dei propri genitori, che magari ne conoscono la lingua, le tradizioni, probabilmente si cibano con i piatti tipici delle loro zone, ma che respirano Grecia, (Italia), che conoscono come loro paese la Grecia, che hanno amici greci, studiano greco, e come gli autoctoni si distinguono dagli immigrati. Non accettano il compromesso di un lavoro pagato meno, di un posto che non rappresenta la loro preparazione, di risparmiare sui vestiti, rinunciare alle vacanze, di racimolare piano piano abbastanza soldi per poter un giorno tornare. Tornare dove? Loro non sono mai partiti. Loro sono greci.
Non voglio dilungarmi di più, non voglio svelarvi oltre. Questo libro è uno di quei casi particolari in cui raccontandolo non è assolutamente possibile trasmettere l’intero pathos che trasmette.
Libreria Diari di Bordo, in via Santa Brigita 9, Parma.
Il pluripremiato scrittore internazionale Gazmend Kapllani si troverà domani (lunedì 9 ottobre) alle 18 a confrontarsi con i giovani dell’associazione albanese Scanderbeg. Accompagnano la presentazione Darina Zeqiri e Ilir Gjika.

 

Shkoi për lesh.

M.Mihali

Lexoj lajme të tilla nga Shqipëria e përveç dhimbjes për humbjen e jetës së një të riu pa arsye (asnjëherë s’ka arsye..por gjithsesi) dhimbja më e madhe dhe nervriku bashkë me të është për kulturën ku lejuam/ lejuan  të rriten fëmijët.
Kemi vite që dëgjojmë mbroçkulla e u thuren lëvdata qeverisë  (si aktuales në mandatin e dytë si asaj përpara) “Shqipëria si gjithë Evropa” e “Shqipëria që duam”, një vrimë në ujë e uji i zgjedhur është i kanaleve të zeza të një Tirane të ‘rinovuar’ pa leje e ku ajri që thith ka erë pordhe. Po po pordhe,  tangërlliku me rroba borxh.
E di shumë mirë që ju tifozat e partive dhe interesave personale tuaja do jeni duke menduar se si të më përgjigjeni e të ma mbyllni gojën, por juve ju them shqiptarçe fare “Ik pirdhuni” se na shkatërruat.
Ec dy metra e has 3 pika llotosh në Shqipëri. Qajnë nënat se s’kanë punë çunat e këta alabak mbushin shkallët tek dyert e lokalit me cigare, një kafe të avulluar nga vapa që e çojnë një paradite të tërë e tek luajnë bixhoz me para borxh i fusin një të fishkëllyer gocave që kalojnë rrugën.
Lënë shëndetin me pije e hashash kur fitojnë dy lekë e i çojnë pronarët e pikës evrolotto tek mami dhe tek babi pensionist për t’iu kërkuar borxhet e shumta që ndeshja e fundit e Milanit,  Juventus,  e leshit dhe e preshit i krijojë. Se ia marrtë dreqi,  statistikat që lexuan këta analfabetë thonin qartë që do fitonte kësaj radhe ekipi e atëherë ec lale, lozi dhe brekët e satëme se fytyrën ia hoqe,  forcat ia këpute, gojën ia lodhe, të mbetën brekët e pastaj gropa është gati ku të futet për së gjalli.
Shoqëri e rëndomtë,  e projektuar dhe e ushqyer nga pseudo politikanët që kemi,  që kemi dhënë votën në shkëmbim të një vendi pune, që na mbushën me diploma pa e ditur as ku është universiteti, që lanë në rrugë të madhe ata të gjorët që u përgatitën me dëshirë, vullnet e pa miq, që e kthyen parlamentin në orgji, ku ia morën para e mbrapa gjithë fisit të kundërshtarve. E ç’presim aman?  Parlamenti përfaqëson shtetasit e shtetasit janë kthyer në kafshë. Ose ndoshta ashtu kemi qënë gjithnjë e ai kokëkrisuri Hoxha na bëri xhap se na trajtoi si gomerë e gomari dihet,  dru do, thoshte populli.
Nuk mungon puna në Shqipëri jo, mungon kultura. Se kur sheh tjetri shokun e klasës që rrinte tek lokali gjithë ditën ose përcillte hashash me shumicë të jetë bërë drejtor apo nëpër istitucione ndërkohë që kush u lodh mbi libra mbijeton me call-center ose duke shërbyer Red bull të fortit të rradhës që i shkel syrin policit e ky kthen kurrizin kur sheh një foshnje/adoleshente të shoqërohet me plakun e radhës që paraja që i mban xhepi e gënjen të jetë mashkull bashkë me drogën e atë pillulën blu që i zgjon të vdekurin mes këmbëve. Me grua  e fëmijë, e me dashnore si souvenir.
Ja pse vriten në Shqipëri, ja pse vriten dhe këtej në Itali, për një fjalë goje, për tu ndier burra, për t’i dhënë adrenalinë ditës, për të bërë diferencën në mes të një oqeani injorance e anarkie kulturore.
Kemi 26 vjet që mburremi se çoç jemi e mburremi aq shumë sa e kemi kthyer në bindje.
Jemi një lesh,  ja ç’jemi. Njëzet e gjashtë (26) vjet ku bëjmë gjoja sikur investojmë në arsim e formim profesional, 26 vjet ku çirremi për partinë e rradhës, e kjo i bie mbi një pikë gjithnjë, Evropa, arsimi, punësimi, korrupsioni e të gjithë e dimë se po votojmë vetëm shpresën që do të na mbajë me hatër, do i presë këmbët dikujt tjetër edhe pse me aftësi për të na e dhënë ne atë vend pune,  qofshim me diplomë a jo. Parrulla: Sa më shumë vota të sjellës aq më lart do vesh në istitucion. Ja pse vriten në Shqipëri,  ja pse humbet jeta për një hiç. Ja pse varet plaku me gru,  ja pse shahet femra kur s’të jep akullore të lëpish. Ata tre djem të rinj, si i gjori që i morën jetën, por faji ua/na e ka kjo shoqëri leshi që kemi ndërtuar duke bazuar gjithçka tek e sotmja e tek e jona.  Këta do vdesin në burg o në më të mirën e hipotezave të tyre do plaken aty,  por jashtë kemi një gjeneratë të tërë të katandisur si  s’ka më keq. Jam e rëndë në të folur? Jo! Jam realiste, por ne shqiptarëve s’na pëlqen të kritikohemi e mbulojmë mutin me shurrë.
Nuk është pjesë e imja e folura dhe e shkruara në këtë formë, por u lodhëm me politically correct,  i kemi hipur kalit mbrapsht e fajin ia vëmë gjithnjë patkoit.

Profughi in provincia. Inserimento non solo accoglienza

    “ Se mi avessero detto che per giungere in Italia avrei dovuto vivere la Libia non sarei mai partito. E se oggi mi dicessero che devo rientrare nel mio Paese, dopo quello che ho vissuto non rientrerei”

A parlare è Ibrahim, 32 anni della Costa d’Avorio. Padre di due bambini che per vivere nel suo villaggio si arrangiava con lavoretti sporadici. E’ partito con destinazione Europa circa un anno e mezzo fa con addosso solo i vestiti. Costa d’Avorio, Burkina Faso, Niger, Libia e poi Lampedusa. Quattro mesi per giungere in Libia dove è stato incarcerato per due settimane. Ha dovuto pagare con il sudore, le lacrime, il dolore la traversata del mare. Ha vissuto la violenza, gli abusi, lo sfruttamento, senza acqua e cibo, ha lavorato per non morire come un topo in quelle celle e si è guadagnato la salita a bordo di un barcone pieno zeppo di centinaia di altri immigrati alla ricerca della vita. “good luck” (buona fortuna).

La sua fortuna lo è stata davvero buona, insieme a quella di altri suoi 3 connazionali, di Adam, un ragazzo maliano, e Suaib senegalese.

Sono giunti in Italia circa un anno fa, sono stati registrati, controllati, medicati ed adesso sono in attesa della regolarizzazione del loro status. Prima Lampedusa, poi Bologna ( un centro del quale evitano di parlare), poi il dormitorio a Parma, e da poco più di un mese sono ospiti alla struttura di “Villa Amadei” di Coenzo, un piccolo paesino legato a Sorbolo in provincia di Parma.

E’ stato il sindaco di Sorbolo, Nicola Cesari, insieme al presidente della Onlus Co’ D’Enza ScS , Boris Donelli a presentarsi negli uffici della prefettura di Parma ed offrire la loro disponibilità ad accogliere questi 6 ragazzi. Forti dell’aiuto inestimabile dei volontari Ambros Laudani che segue i ragazzi passo dopo passo, Irene Ghezzi e Nadia Martelli che insegnano loro l’italiano e l’unico impiegato Filippo Faraguti che copre tutta la parte burocratica, quest’iniziativa è svolta con un unico obiettivo principale: inserire, non solo accogliere.

Secondo quanto previsto per legge infatti, le associazioni hanno l’obbligo di occuparsi dei profughi fino al giorno della loro regolarizzazione. Devono garantire a loro vitto, alloggio, assistenza medica, e linguistica. Ma l’intento della Onlus e dei suoi collaboratori è quello di fare in modo che i lunghi tempi di attesa per le pratiche burocratiche siano sfruttati al massimo perché i ragazzi, una volta liberi di muoversi e di cercare lavoro non si trovino incarcerati nella realtà quotidiana, girovagando in cerca di lavoro, a chiedere l’elemosina, a non gravare sul sistema assistenziale dello Stato, ma che siano inseriti al meglio nel tessuto della società ed abbiano acquisito una professione che possa garantire a loro il mantenimento in Italia.

“Io, – spiega Ibrahim,- ho affidato alla loro madre e zia i miei figli per fuggire dalle mani spietate dei gruppi etnici. Una guerra fra poveri. Ragazzini armati fino ai denti che ti trovi in casa in piena notte. Picchiano e violentano le nostre donne se ci rifiutiamo di combattere con loro una guerra non nostra. Vorrei poter aiutare i miei figli e per farlo devo guadagnare. Se questo vuol dire imparare un mestiere sono pronto a tirarmi su le maniche.”

Ed è a pochi metri dalla struttura dove abitano che Ibrahim, Sualju, Adam e gli altri 3 profughi hanno iniziato ad imparare a fare gli imbianchini, gli spazzini e i piastrellisti. Volontariamente. Sono stati loro ad offrirsi e grazie al loro impegno oggi l’asilo comunale di Coenzo ha preso i colori dell’arcobaleno, il passaggio pedonale è stato sistemato e da settembre i bambini possono viverlo con più serenità e sicurezza.

“In questo periodo in cui tutti offrono soluzioni nette al flusso dei profughi, cercando di evitare l’obbligo imposto per legge di accoglierli nei loro comuni, noi abbiamo voluto investire sull’accoglienza”- ci spiega Nicola Cesari, sindaco di Sorbolo (PD). Vogliamo mandare un messaggio non solo di buon animo alla comunità ma anche di convivenza. I ragazzi vengono coinvolti nella vita sociale della cittadinanza e i nostri cittadini, nonostante qualche titubanza iniziale dovuta alla mala informazione, oggi li conoscono e li hanno accolti come parte di noi.”

Stare fermi in attesa della regolarizzazione non è una loro scelta. Dicono di aver imparato le difficoltà che si incontrano in Italia e di voler rispettare la legge. Ma il futuro sfugge ai tempi della burocrazia. Vorrebbero mischiarsi alla comunità, creare rapporti con la cittadinanza, conoscerla e farsi conoscere. Vorrebbero mostrare la loro volontà di inserirsi nel mondo del lavoro, la loro umiltà, pronti a svolgere qualsiasi mansione purché sia onesta.

“L’Italia è molto diversa, – racconta Adam, 22 anni del Mali. Ho visto realtà molto complesse, persone fiduciose ed altre scoraggiate. Ho parlato con le persone e sono venuto a conoscenza dei loro problemi, tutti diversi, crisi economica, crisi sociale. Ma tutto ciò che voi lamentate per noi è il futuro. Voglio dire, vorremmo avere questi problemi.”

Vorrebbero avere i nostri problemi…

Le storie di questi ragazzi sono tutte uguali. Qualcuno è stato fermo in Libia per qualche mese, qualcuno meno, altri anche un anno. Tutti hanno lasciato alle spalle le loro famiglie con la speranza di unirsi ai loro parenti in Europa. Tutti giovani e quasi tutti non hanno potuto studiare in una scuola statale a parte Suaib, del Senegal, 21 anni. Ha finito il liceo nella sua terra, conosce perfettamente il francese e l’inglese. L’unico a parlare un italiano fluente ma troppo timido per raccontarsi. In Senegal, raccontano i volontari del Onlus era un calciatore professionista. Proviene da una famiglia benestante ma anche lui, come tutti gli altri, nonostante i ceti sociali di provenienza diversi sono fuggiti dalla loro Terra per le stesse ragioni. Hanno pagato oltre 10 stipendi medi di un operaio per poter attraversare il continente. Tutti loro sono stati trattenuti in Libia, tutti hanno lavorato, sono stati maltrattati, non si sono nutriti, hanno osservato le torture, hanno subito la sottomissione nelle carceri libiche. Hanno pagato con la pazienza e la determinazione di andare avanti il loro viaggio verso l’Europa.

E’ un bell’esempio di accoglienza ed inserimento quello della ONLUS Co’ D’Enza di Coenzo.

Con l’appoggio anche del comune di Sorbolo, presto questi ragazzi potranno prendere il volo nella società occidentale. Il sindaco, Cesari, esprime in pieno il proprio sostegno ai volontari ed ai loro progetti, e si spende in prima persona a fare da intermediario tra Calcio Sorbolo e Suaib perché possa continuare a sognare in grande. “Con le dovute assicurazioni- spiega Cesari,- in rispetto alle nostre leggi nazionali, possiamo fare in modo che anche altre strutture e realtà comunali capiscano che accogliere questi ragazzi può essere un vantaggio per tutti”.

Alla Onlus sono stati riconosciuti 30€ al giorno per ogni profugo ospitato, soldi che intanto sta investendo dai propri fondi. Non hanno alcun obbligo di rendicontare quanto speso, (ragion per cui le cronache sono piene del malfunzionamento del sistema). Per questo alla nostra richiesta di un secondo appuntamento tra due mesi per prendere conoscenza delle spese, il presidente Boris Donelli si è impegnato a rendicontare tutto e di mostrarcelo. “Abbiamo un obbligo sociale – dice-, e vorrei avvicinare la comunità di Coenzo e Sorbolo a questo progetto, perciò la rendicontazione, nonostante non sia richiesta per legge sarà fatta in modo scrupoloso”

Dopo i grandi scandali di Mafia Capitale, ed ‘i piccoli’ in giro per l’Italia il volontariato e la determinazione di questa struttura ha molta strada da fare e pregiudizi da affrontare.

pubblicato su http://www.shqiptariiitalise.com

Barzelletta. Oltre il mare

Ho preso tempo, tanto tempo prima di scrivere questo pezzo. L’unico vero pensiero che mi accompagnava durante la lunga riflessione era quello di riuscire ad essere obiettiva, raccontare i fatti, non eccedere da nessuna parte. E’ una storia come migliaia di altre, è una storia che nessuno legge. Quelle realtà che ignoriamo volutamente perché complesse, perché lontane, perché la pigrizia ci accoglie ogni volta che non si parla di noi.

Eppure, di noi si parla, perché noi abbiamo fatto in modo che si giungesse fin qui. La nostra supremazia, la nostra fame di ricchezza, il nostro ritenerci invincibili, la nostra negligenza, il nostro credo che le distanze non si accorcino mai, che ciò che l’occhio non vede non duole al cuore. Noi, semplicemente noi, che ammiriamo la bellezza della natura solo quando ci si può fruttare con essa, noi che siamo amici di tutti se quell’amicizia ci porta guadagno, noi che anche quando diciamo di aiutare lo facciamo per sentirci dire grazie o per riservarci di fare dei beni altrui un pò quel che ci pare.

E’ una storia che parla di noi, ma a noi non piace. Perché adesso richiede impegno, fatica, investimento, umiltà, pagare pegno, richiede l’altra faccia della medaglia, quella che abbiamo venduto nei secoli ma che adesso è ora di tirare fuori per davvero, l’umanità.

La voglio raccontare come una barzelletta, – sperando che chi è pigro si faccia prendere un po’ di più.

“C’erano quattro ivoriani, un senegalese ed un maliano. Tutti giovani belli e prestanti. Di religione mussulmana. Ibrahim, il più grande di tutti (32 anni) aveva due figli, poi c’era Sualju, ivoriano anch’esso padre di un bambino di 3 anni, gli altri due della Costa d’Avorio erano ragazzi di 21 anni, schivi ed un po imbronciati. Il senegalese si chiamava Suaib, 20 anni, il ragazzo maliano invece si chiamava Adam, 21 anni.

Ok, vi siete già persi, ma non preoccupatevi, non è importante ricordare i loro nomi. Tornando alla barzelletta:

Ibrahim si sveglia una bella mattina ed osservando le meraviglie e la tranquillità che gli offre il suo villaggio decide di non andare a lavorare (costruttore edile). Osservando i gruppetti di ragazzini che giocavano intorno la sua casa gli venne l’idea di incamminarsi verso la Burkina Faso. Voleva tornare bambino ancora e perciò doveva dare seguito ad un capriccio, non si era mai allontanato dal villaggio, quel giorno lo avrebbe fatto! Cosi, senza salutare nessuno, sicuro che i figli erano con la loro madre e la zia iniziò il suo viaggio turistico. Pian piano, piccoli passi alla volta, con in mente solo l’eccitazione della sua marachella ritardata si trova in ben che non si dica a Burkina Faso, uno Stato democratico, sereno, ricchissimo, con gente accogliente e soddisfatta della proprio vita. Donne stupende che passeggiano nei villaggi, uomini amiconi di tutti ed un ordine sociale da fare invidia anche alle migliori democrazie. Lì, fa amicizia subito, e tanti di loro gli spiegano che ciò che hanno è nulla in confronto a quello che offre il Niger. Ibrahim era incredulo, ed avendo assaggiato quei momenti cosi pieni di vita era intenzionato a scoprire di più. Con il cuore sereno riguardo ai figli che aveva lasciato nel suo villaggio, riprende il cammino verso il Niger. Credeva di sognare, le strade erano tutte asfaltate, illuminate, le persone che incontrava gli offrivano da mangiare, lo dissetavano, lo accoglievano nelle loro ville e lo lasciavano rinfrescarsi nelle loro piscine private. Aveva attraversato due Stati e la sua Africa non l’aveva delusa, tutto ciò che aveva in casa sua lo trovava anche nel suo viaggio . Il Niger era splendido, gli alberi ed il deserto che convivevano serenamente, le docce a cielo aperto, i parchi giochi pieni zeppi di bambini, le case colorate, le sagre di paese, le macchine lussuose, le catene d’abbigliamento sovraffollate di clienti, la cucina gustosa e piena di varietà succose, i locali notturni, gli amanti su una poltrona, le amiche sui sgabelli, i drink favolosi. Predominava una serenità che ti travolgeva. Ibrahim se ne è innamorato letteralmente di quel Paese. Ma, come ogni adulto tornato bambino doveva portare fino in fondo il suo capriccio prima che fosse troppo tardi per ritornare in Costa d’Avorio. Cosi, riprese il cammino verso la Libia. Questo magico Paese dove regna la serenità. Ne aveva sentito parlare dai suoi amici che avevano dato vita ai loro sogni da bambini prima di lui, ma ciò che stava vivendo in prima persona Ibrahim non poteva essere raccontato, non si trovano aggettivi per descrivere la bellezza di quella realtà, non esiste un vocabolario degno di raccontare quella meraviglia. Si sentiva come se stesse vivendo la vita di un Re nelle favole che sua madre le raccontava da bambino. Ovunque girasse per quel Paese l’arcobaleno che rivestiva le case, le insegne dei negozi, i sorrisi delle persone, il silenzio nelle strade, la gioia dei ragazzini all’uscita dalla scuola, quella dei fidanzatini all’angolo della strada, ogni piccolo particolare, ovunque lui poggiasse lo sguardo era colorato, era magistrale. Non poté credere a ciò che stava vivendo, le emozioni tanto forti che gli stavano attraversando il petto. Decise di fermarsi più allungo in Libia, decise di lavorare in Libia, di tirare su una casa in Libia, di essere Ibrahim libico. Avrebbe chiamato a sé anche la sua famiglia. Il suo villaggio era splendido ma la Libia, Libia era tutt’altra cosa, era insuperabile in confronto e tutti i suoi cari avrebbero dovuto viverla. Cosi fece. Non riusci a fare il costruttore edile come in Costa d’Avorio ma si accontento di lavorare per una famiglia benestante, fare le loro le faccende di casa, la spesa, sistemare i cancelli, piccoli lavori di muratura, e qualche volta rappresentarli negli uffici. Era l’uomo di fiducia. In cambio gli davano vitto alloggio ed una lauta paga per potersi permettere di comprare la villetta rossa che aveva visto in fondo al viale principale dove sistemare la sua famiglia una volta ricongiunti.

Le comunicazioni fitte con i parenti l’ho avevano informato di altri ivoriani residenti in Libia, cosi si era fatto avanti nelle associazioni culturali che li rappresentavano ed aveva fatto amicizia, tra tutti anche Sualju. Erano entrambi felici di aver assecondato quel bambino che era in loro ed aver scoperto il vero paradiso terreste. Si riunivano ogni sera dopo lavoro a raccontare i propri progetti, i desideri da realizzare ancora,le case che avrebbero comprato, le macchine che avrebbero guidato, le scuole dove avrebbero mandato i loro figli, le uscite galanti con le rispettive moglie, il cielo, sì, il cielo che si poteva toccare con un dito.

Sualju si trovava in Libia da oltre un anno e nonostante tutto quel tempo non riusciva a non essere entusiasta della vita che stava facendo e che da lì a poco avrebbe garantito anche al suo figlio di 3 anni. Era contagioso, ed Ibrahim ne era catturato. Oramai erano fratelli.

Cosi, un bel giorno,incontrandosi al solito bar, alla solita ora dopo il lavoro per parlare del solito sogno che stavano vivendo, incontrarono un solito felice libico che gli racconta una insolita storia. Quella dell’Italia. Il Paese oltre il mare, l’Europa. Il ragazzo libico era comandante delle navi da crociera del più grande gruppo del Paese ed aveva un archivio di storie da raccontare che quella notte lascio lo spazio all’alba senza che Ibrahim e Sualju se ne accorgessero. Drink dopo drink, sigaretta dopo sigaretta scoprirono un mondo distante poche miglia che stava soffrendo di fame, bruciato dalle guerre, distrutte dall’odio, sottomesso al potere dittatoriale. Donne insofferenti, bambini affamati, strade inesistenti. Gruppi etnici armati e spietati. Un D-io macchiato, offeso, usato, denigrato. Bambine vendute, piccoli soldati, vecchie massacrate, anziani sgozzati, ragazzine stuprate davanti agli occhi dei genitori, abiti lerci, acqua infetta, piante malate.

Come era possibile? A poche miglia da lì, a poche ore di navigazione, da una parte il paradiso, dall’altro l’inferno. Il mare, il limbo.

Erano increduli! Talmente increduli che diedero la colpa ai drink del comandante. Quelle erano storie raccapriccianti. Perché mai, persone uguali a loro, ai libici, maliani, kenioti, ivoriani, africani, dovrebbero vivere in quelle condizioni sapendo che si può avere di più. Si può essere liberi, si può lavorare, si può esprimere il proprio parere impedendo all’anarchia di avanzare, si possono tutelare i propri figli, difendere le proprie madri, la propria moglie, le proprie case. A poche miglia di distanza si è umani, si ha dignità, si vive!

Il giorno dopo tornano al bar decisi di non permettere all’alcool di dare loro alla testa, ma anche curiosi di capire se il comandante della nave da crociera fosse sobrio nel raccontare, se quelle storie erano vere, se quegli uomini, donne, bambine, bambini, vecchie e vecchi esistevano veramente, respiravano in questo mondo veramente, sopravvivevano a quell’inferno veramente.

Il comandante non si fecce pregare, ordino giusto un caffè ed una volta mandato giù gli chiese di seguirlo. Si diresse verso il porto navale, li invito a salire sulla sua immensa nave da crociera chiamata “Hope”, alta dodici piani, lunga quanto quattro campi da calcio e larga un quartiere intero. Salirono a bordo, ed attesero l’orario di partenza per la crociera. Ammazzarono il tempo bevendo tè e fumando sulla prua. Il mare era calmo tanto da sembrare uno specchio. I motori della nave sembravano gli facessero male e poi il tempo di andare avanti e la distesa di tranquillità marina si ripresentava. Veniva voglia di tuffarsi, ma il pensiero di ciò che avrebbero potuto vedere nelle coste d’Europa li tenne incollati alle poltrone. Ma si dimenticarono presto della destinazione, iniziarono a girovagare per la nave, fecero amicizia con i turisti, seguirono lo spettacolo al quarto piano, poi scendettero in discoteca al secondo, poi si tuffarono nella piscina del dodicesimo, e poi ancora il piano bar, il karaoke, la gelateria, il sushi, il ristorante indiano,un pò di spesa nella galleria shopping e tutto ad un tratto, il comandante annuncia l’inchino a Lampedusa.

Alzarono gli occhi sugli oblo, mandarono giù la saliva a fatica, immobilizzati, silenzi tuonanti, braccia pesanti, ginocchia doloranti…osservarono come il mare può sparire sotto ai corpi degli disperati…”

Non sono mai stata brava a raccontare le barzellette, e francamente in questa non ci trovo nulla da ridere. Mi auguro vi sia piaciuta lo stesso. E se vi chiedeste che fino hanno fatto gli altri due ivoriani, il senegalese ed il maliano, beh, erano turisti sulla nave.

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Quando le donne si raccontano…

Avete presente quelle sensazioni improvvise che ti prendono allo stomaco e sai, anche se non conosci il perché, che vanno seguite.

E’ stato proprio cosi anche quello del sabato scorso a Parma, che ha visto l’associazione albanese “Scanderbeg” dare vita ad una idea durata 2 anni in meno di 48 ore.

“Le donne albanesi si raccontano”

Una saletta piena di anime, uomini,- tanti,- e giovani ed adulte donne. Con la presenza della testata giornalistica di riferimento per gli albanesi in Italia e per gli italiani che vogliono conoscere l’Albania, Albanian News, nella veste di Sonila Alushi. Grintosa, determinata, preparata giovane donna albanese, residente a Bergamo, mamma di due splendidi figli, nonché una attivista per l’integrazione e le pari opportunità.

Donne e ragazze riunite in cerchio, che tra le rime, hanno raccontato le loro esperienze dal viaggio verso Lamerica alla vita condotta in Italia, tra diffidenze, paure, domande inopportune e tante occasioni perse perché straniere. E poi le conquiste, le amicizie, gli amori, la passione per la Terra che le ha adottate. Rime di profondi e contrastanti sentimenti che hanno commosso i presenti, di gran numero italiani, che si approcciavano alla conoscenze della donna albanese.

Un confronto di opinioni e di esperienze che si è presentato come una finestra alla conoscenza di un mondo che condividono tutte le donne ma in culture diverse. Perché, integrazione, non significa solo non lasciare le persone morire sui barconi od offrirli un piatto di pasta. Integrazione significa conoscenza, e questa va alimentata con la curiosità, con la volontà e le possibilità di apprendere la cultura dell’altro.

Il dibattito si è spostato anche sulle differenze tra le donne albanesi e quelle italiane. Si sono trovate delle pecche, come l’idea di una donna casalinga e dedita solo ai figli, ma anche delle conquiste, che però le sono da sempre riconosciute, come essere delle donne tenaci, determinate e combattive.

Su questo filo del confronto ha seguito anche l’inno alla neo dottoressa Biancalaura Perlini, innamorata della cultura dell’Aquila bicipite al punto di onorarla con la sua tesi in specialistica riguardo al matrimonio albanese. Un analisi che ha visto attraversare la storia dell’istituto del matrimonio albanese a partire dall’antico codice Kanun ai giorni d’oggi. Una tesi di altissimo valore, premiata dalla commissione universitaria con il massimo dei voti. Sull’analisi si trova il nome di Biancalaura Perlini, ma gli organizzatori e gli amici albanesi sembrano provare, forse, più emozioni della stessa neo dottoressa per il riconoscimento, la ricerca ed il lavoro svolto nel diffondere la cultura albanese.

“Nel conoscere la vostra cultura,- ha spiegato Perlini,- ho imparato ad amare di più la mia. Non perché sia migliore ma perché voi avete l’ideale della vostra ed è qualcosa che colpisce ed insegna a come amare la propria. Le donne albanesi, – ha continuato,- sono notoriamente riconosciute come tenaci, forti, autoritarie in Albania. E cosi lo è davvero. Siete un popolo aperto, ospitale, caloroso ma nel contempo diffidente. Ed è stato proprio questo tratto “negativo” che mi ha portato a voler capirne di più”

Già, forti e tenaci come Sonila Alushi, che non si è di certo fermata all’opinione comune della donna albanese in quanto casalinga, che si è sempre fatta rispettare per le sue idee ed il suo lavoro. Che anni dietro, non ha risparmiato le parole neanche al “Papi” Berlusconi quando, nelle sue uscite ufficiali da Presidente del Consiglio vestiva i panni del comico ed ha ridicolizzato, offeso e sottovalutato la donna dell’Aquila. Allora, Alushi difense l’onore, la rispettabilità, l’integrazione della donna l’abanese davanti alle telecamere di “Servizo Pubblico” in onda sulla Rai, oggi invece sarà la rappresentante d’eccellenza di una storia tra delusioni e conquiste di una immigrata albanese per un nuovo documentario che andrà in onda presto su Rai Tre.

Una commossa Sonila Alushi, ringrazia l’associazione albanese “Scanderbeg” per l’iniziativa di far conoscere il valore della donna albanese e ringrazia tutti gli italiani presenti che hanno affollato la sala dell’evento. “Perché, – dice,- dobbiamo esseri fieri – non orgogliosi – della nostra storia. Di ciò che le nostre madri ci hanno insegnato e dobbiamo aprire le porte a finché ci conoscano”

Una serata di emozioni, si direbbe tipiche delle donne, ma che ha visto protagonisti attivi di domande, di spunti su cui ragionare con i partecipanti, gli stessi uomini. Una risposta all’opinione comune fondata sulla non conoscenza. Idee formate sul piano estetico e risicate per la diffidenza dello straniero.

Un passo verso l’amalgamarsi della cultura italiana e quella albanese.

Amalgamarsi, appunto, perché per quanto vicini i due Paesi, per quanto la storia li abbia trovato parte attiva nel contempo, per quanto gli albanesi amino l’Italia, l’Albania è una cultura diversa. Non deve fondersi con quella italiana, non deve assomigliare, non deve nascondersi dietro il bisogno di essere accettati. La donna albanese, come quella nigeriana, peruviana, come tutte le donne di questo mondo,è frutto della sua cultura, di sua madre, delle sue usanze. Spesso incomprensibili per l’opinione italiana e difficilmente promosse. Ma, tutto dipende dalla conoscenza che si ha della cultura altrui. Tutto dipende da quanta curiosità, volontà e possibilità riusciranno le donne di oggi a trasferire ai propri figli perché altre donne domani non si trovino a dover far scoprire la loro cultura a piccoli passi. Perché non si nascondano. Perché vengano amate e sopratutto rispettate in egual modo.

***

La serata è continuata con una visibilmente emozionata dott.ssa Perlini, che si è vista premiata con un certificato di riconoscimento al valore della sua opera anche dall’Associazione nazionale albanese “çameria”, per il suo contributo al diffondere della cultura albanese, non solo grazie alla tesi, ma anche al suo video documento che racconta il dolore del popolo çamuriota.http://www.albanianews.it/cultura/storia/1228-cameria

Piccoli passi di diritti.

Sono sempre molto aggiornata sul tema immigrazione e quella dell’integrazione. Ammetto però, che mi è sfuggita una notizia importantissima che va a favore di una società integrata, che riconosce diritti e doveri ai suoi cittadini che investono le loro vite, le loro capacità e passioni in questo Stivale meraviglioso. Piccoli passi alla conquista di un diritto, quello della cittadinanza, per chi da sempre è italiano. Dalla nascita, alla sua lingua, alla sua istruzione e dedizione per la Patria.

L’ho appresa leggendo Marco Pacciotti, Coordinatore del Forum Immigrazione PD. Con una nota sulla sua pagina facebook ha portato all’attenzione mia e dei suoi amici virtuali una notizia – come tutte quelle belle – passata in sordina.

Buona lettura.

L’inte(g)razione avviene anche attraverso lo sport. …  di Marco Pacciotti

Poche righe su alcuni quotidiani sportivi e ancor meno sugli altri. Questa l’attenzione dei media all’approvazione da parte della Camera del cosiddetto Ius Soli sportivo. Lo registro con lo stesso dispiacere con il quale noto invece il risalto dato alle parole indecenti di Salvini sull’accoglienza da negare a chi fugge dalla morte e al vergognoso diniego da parte di Maroni e Zaia ad accettare nelle loro regioni quote di richiedenti asilo, cosa che invece ha visto tutte le altre regioni solidali e disponibili a collaborare. Evidente che per la Lega si tratta di un cinico calcolo elettoralistico giocato sulla pelle di donne, uomini e bambini per un pugno di voti in più. Di solito ho un approccio razionale e che evita per quanto possibile di ricorrere alle categorie della morale per contrastare gli avversari politici, ma stavolta non esito a definire immorale questo atteggiamento.

Detto questo,  la bella notizia di ieri (14 aprile 2015) invece va secondo me fatta conoscere, negli effetti e nella storia che la determina perchè è un bell’esempio di impegno e coerenza che migliorera la qualità della vita di tante ragazzi e delle lor famiglie e che rende il nostro paese più civile e moderno, con buona pace di Lega e dei fascistoidi di varia provenienza con i quali si stanno inquadrando in tutta Italia nel tentativo di imitare la Le Pen.

La prima volta che mi trovai a discutere dello Ius Soli sportivo fu diversi anni fa in un dibattito promosso dai GD al loro campeggio nazionale estivo. Al dibattito partecipava anche Filippo Fossati allora presidente nazionale UISP, già da tempo tenacemente impegnato in questa battaglia di civiltà. Come Forum immigrazione del PD aderimmo subito.

A pochi anni di distanza Fossati è diventato deputato del PD e ha portato a compimento quella battaglia. Una coerenza importante simbolicamente, ma anche per gli effetti importanti nella vita di tanti ragazzi che fino a ieri si sentivano, anche nell sport, figli di un dio minore. Potevano giocare ma poi non partecipare, perchè per molte federazioni sportive i ragazzi stranieri nati o cresciuti in Italia non erano tesserabili e quindi non potevano partecipare ai campionati come i loro amici. Una regola anacronistica e ingiusta che già in tenera età e in un contesto importante nella crescita di un ragazzo come lo sport, poneva subito l’ennesimo elemento di discriminazione e di separazione dagli altri.

Essere intervenuti per sanare questa ferita non è certo risolutivo di tutte le questioni aperte – e sono molte – che ancora ribadiscono questa “diversità” in negativo. Il voto di ieri però rappresenta un atto concreto e spero un acceleratore per altri provvedimenti decisivi nella costruzione di un paese  in cui le diversità e le culture siano messe nelle condizioni di essere valorizzate e di esprimersi concorrendo al benessere di tutta la comunità. Possiam affermare che coesione e modernità siano stati i concetti che hanno ispirato il legislatore in questo caso. Si apre così un canale di interazione formidabile per i ragazzi e le loro famiglie, una occasione in più di condivisione all’interno di un contesto di socialità importante come è lo sport, con il suo valore educativo e formativo oltre che ludico

Da ieri centinaia di migliaia di bambini e le loro famiglie si sentiranno un pò meno stranieri e un pò più parte di un tutto. Da ieri anche il nostro Paese nel suo insieme è pò più forte, perchè estendere un diritto non tutela solo chi ne beneficia ma tutta la comunità in cui esso è inserito. Ne rafforza il processo reciproco di identificazione e le ragioni di partecipazione. Ieri credo che si sia fatto un passo in avanti in questa direzione, una cosa non banale quindi ma quasi ignorata questo l’unico cruccio a cui porre rimedio facendo conoscere questa cosa e discutendone. Credo che rimarremo sospresi nello scoprire quante persone anche di altro orientamento trovino naturale quanto fatto o si sorprendano che non sia già così.

C’è ancora molto da fare, ma evitiamo di considerare questa legge come simbolica. Essa avrà invece degli effetti importanti nella quotidianità di tanti e soprattutto sarà di stimolo ad accellerare l’iter legislativo sulla cittadinanza vera e propria per i bambini nati o cresciuti in Italia. Un provvedimento che oltre il 70% degli italiani approvano in modo trasversale, segno che ancora una volta la società è avanti rispetto ai tatticismi di una certa politica.

Mi sembra proprio che i tempi siano maturi per sincronizzare l’orologio del Parlamento con quello del Paese e dare un’altra bella prova di politica, coraggiosa e lungimirante come quella data ieri.

Un viaggio

 

Non so neanche cosa portarmi dietro, sicuramente la borsetta con i prodotti personali, un paio di scarpe comode, -quelle eleganti potrebbero non servire ma, se invece sì? Allora, sicuramente due paia di scarpe.

Avrò bisogno cambiarmi i vestiti, e quindi, quanti ne porto con me? Difficile deciderlo se non so neanche quanto starò via.
E poi, dove vado? Non conosco neanche la destinazione… Ma si, che importa! Farò finta di riuscire a viaggiare a lungo. Porterò abiti, magliette, pantaloni, magari anche i cappellini, metterò nella borsa persino la crema protettiva per le giornate al mare. Sì, sì…anche un paio di infradito, e poi un accappatoio, una borsa di paglia, e per sicurezza anche le scarpe da montagna, l’immancabile jeans, la camicia leggera ed ancora, il Tablet, lo Smartphone, ed anche il portatile,- capita sempre di trovarsi senza rete o batteria proprio quando più ne hai bisogno….
Ma,…con cosa viaggio?
In macchina? In aereo? Con la nave?
E poi, perché questo bisogno di viaggiare?
Per passione!
Quella riconosciuta come dolore ed anche quella che i poeti amano associare all’amore.
Allora, la lista solo iniziata delle cose da mettere in valigia è indifferente. Se viaggio per me, ho bisogno solo di un biglietto del treno -adoro il rumore delle rotaie sul ferrovia-. Un biglietto aperto, senza data stabilita di rientro. Un viaggio che possa attraversare monti e campagne, città e paesini, culture e tradizioni. Vorrei osservarli dal finestrino nel silenzio del vagone, tra le goccia della pioggia che si appoggiano sul vetro.

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E poi ancora il gregge al pascolo e la frenesia di chi corre a lavorare. I piccoli nel prato ed altri nelle giostre più alte. Chi gradisce il thè per colazione e chi del caffè non ne ha mai abbastanza. Tutto ed anche più di quanto io conosca, vorrei incontrare nel mio lento viaggio. Vorrei avere il tempo di assaporare i profumi, legare a me le sensazioni, incastrare negli occhi quelle immagini. Trovarmi in quei luoghi, tra quelle persone, la natura e l’industria senza uscire mai dalla cabina, senza inquinare le loro vite, senza lasciar tracce di me. Ma vorrei i segni di tutto nella mia mente.
Ho bisogno solo di un libro, copertina verde,- adoro questo colore,- rigida e resistente all’acqua, ed anche agli scarichi nervosi di chi se la prende con se stesso infierendo su ciò che ama. Un libro con bianchi fogli a grandezza tascabile. In quel viaggio vorrei raccontarmi con penna indelebile. Potrebbero non bastare le pagine oppure rimanere intatte. Ma io conosco già il titolo, devo solo trovare il coraggio di prendere il treno

Outing

Per chi come me nella dittatura ci ha “solo” passato l’infanzia, ha “pochi” ricordi del terrore in cui le persone vivevano la loro quotidianità. Ciò che non conosci, non può mancarti. Ed io, conoscevo una realtà fatta di organizzazioni di quartieri, le quali ci insegnavano la pulizia della cosa pubblica, cantare alla Madre Patria, ringraziare ed ammirare il Partito con il suo mentore illuminato, Hoxha. Ricordo che giungere alla terza elementare con i voti  migliori era un orgoglio non solo per la famiglia , ma per l’intero palazzo. La mia foto esposta a scuola, insieme a quella del mio gemello, affianco a quella di mia sorella (giunta 10 anni prima di me), e mio fratello Artur ( 7 anni prima). Facevo parte della tanto desiderata classe sportiva (klasa sportive). Non fatevi ingannare, non sarei diventata un’atleta. Per il dittatore lo sport era significato di dignità. Persona allenata, rispettosa delle regole, del proprio corpo, istruita alla collaborazione, sempre pronta a dare se stessa per il Partito.  Fare parte di quella classe avrebbe reso me una compagna di Partito migliore. Da lì, con ulteriori buoni risultati avrei potuto guadagnarmi il titolo di “Pioniera”. Lo guadagnai…pochi giorni dopo il regime cade. Dopo di che, mi trovai una bambina senza più riferimenti. Niente più ginnastica alle 7:50 prima dell’ingresso a scuola. Niente più inno cantato a squarciagola da tutti gli alunni, di tutte le classi, messi in fila per ordine di altezza, controllati per la pulizia, ordine dei vestiti, dell’uniforme della scuola, lo zaino in ordine. Niente più ringraziamenti alla Patria, elogio al dittatore, persino il silenzio, tanto bello tra le mura della scuola sparì. Chissà perché, la mappa dell’Albania disegnata in calce nella mia classe, un bel giorno divenne un bersaglio per piccoli teppistelli che nacquero con l’avvento della democrazia.  Giocare diventava sempre più un rebus. Ci inventavamo giochi e spazi immaginari. La libertà tanto desiderata che aveva portato alla caduta del regime aveva travolto ogni dimensione. Chiunque si sentiva in diritto e libero di fare ciò che credeva. Qualsiasi cosa fosse stato imposto dal regime andava distrutto. Nessuno si rendeva conto, che da lì a poco i loro figli li avrebbero accusati di non avergli lasciato un futuro. Guadagnata la libertà si è entrati nella schizofrenia sociale. Ricordo i comizi di Sali Berisha, colui che fu visto come l’uomo della libertà. Passai dall’inno agli urli “Liri-Demokraci” (Libertà -Democrazia). Sento ancora il dolore delle due dita sempre in su ✌ . Ero una bambina e l’unico gioco in cui vedevo entusiasmo e partecipazione di tutti era la politica, questo sconosciuto mondo di pensieri di libertà, uguaglianza, diritti. “Faremo l’Albania come tutta l’Europa”  era il grido del Leader PD, Berisha, che trascinò gli albanesi in piazza, tra i palazzi di storia, nei congressi eccetera. Tutto, chiaramente, segnato da vandalismi di ogni genere, perché il passato andava distrutto. Nulla doveva sopravvivere, oramai eravamo liberi, avremo costruito un nuovo futuro. Distruggere i negozi, le scuole, i parchi, gli autobus, rubare il marmo decorativo, estrapolare le piastrelle delle strade, scrivere sui muri, bruciare i libri, svuotare le biblioteche, portare a casa le sedie dei cinema, i fiori dei parchi, iniziare a costruire aggiunte di palazzi finché la strada non sia più praticabile, occupare i parchi con bar, e poi, bar, e bar ancora. Tirare su ville su ville, l’una attaccata all’altra, sempre più in alto perché bisogna essere più grandi dei vicini. Sempre più accanto al sole. E poi, quegli amici maschi che non erano più amici. Ad un tratto, la libertà ci aveva isolato. Se prima si temeva che il vicino di casa fosse una spia del regime e potesse trasformare la tua vita da compagno comunista in una sopravvivenza in internato, con la libertà guadagnata, il vicino, poteva essere il tuo carnefice. Probabilmente i suoi figli maschi potevano essersi dati al traffico di esseri umani, potevi trovarti ad un tratto, dall’abbraccio di un amico a quello di un criminale senza scrupoli che faceva del tuo corpo, tra le strade dell’Europa, la sua fonte di guadagno. E poi, c’erano le armi…chiunque ne possedeva una. Chiunque poteva spararti anche solo se riteneva che quel saluto, quel sguardo, quella parola che gli avevi riservato non fosse stata giusta. Tutti onnipotenti. Non più il dittatore, ma gli anarchici. Il tutto, davanti agli occhi dell’uomo della libertà, Berisha, la Destra albanese. Chissà perché però, nonostante tutto questo, io, ancora bambina, non patii più di tanto quel caos. Era solo un’altra realtà, diversissima dal regime, ma anche l’unica che mi era stata data per nota. Non sapevo neanche che si potesse vivere in uno Stato con più di un partito!… Avendo in famiglia persone che il regime lo hanno combattuto pagando con la loro vita, zii internati, partigiani che quando difendevano l’Albania combattevano per un’Aquila libera, democratica, degna della sua storia, era naturale trovarsi a Destra. Sarà che quelle file interminabili per potersi aggiudicare un chilo e mezzo di pane, oppure sei uova, mezzo chilo di carne al mese e cosi via, costituivano ancora un ricordo recente. Sarà che guardare la Rai nascosti sotto le coperte insieme alla TV, con il volume ai minimi per non farci scoprire, era stata un’esperienza surreale. Ma, sta di fatto, che il PD (Partia Demokratike), la Destra albanese, era l’unico partito per cui tenere. I racconti delle sofferenze dei nonni durante il regime, le lacrime delle persone che si sono visti rubare la dignità, la vita, per una parola ritenuta sovversiva  dal dittatore. Sarà che la storia come ce lo hanno raccontato nei 50 anni di dittatura era fasulla, e chi venne dopo si preoccupo solo di distruggerla non di correggerla, buttandoci in un mare di ignoranza. Sarà che, per gli albanesi essere di sinistra quei anni significava essere nostalgici del regime… Non lo so…so però che da bambina, senza nessun vero riferimento storico, senza aver approfondito il mio “tifo” politico, io ero di Destra. Tutto, purchè fosse lontana dalla dittatura comunista. Poi però, smetti le vesti dell’infanzia, cerchi di definire i tuoi pensieri. Alimenti la tua passione per la politica e società approfondendo i concetti. Sfogli i libri di storia, quelli di arte ( che fa più politica di quando si crede), studi le religioni, la personalità, ti arricchisci ogni giorno di più dell’infinita di sapere che appartiene al mondo. Scopri la multiculturalità, conosci l’estremismo, distingui le dittature ( di Destra e di Sinistra) dal pensiero delle correnti Socialiste e Liberali. Cosi, la vita, le passioni, gli ideali, le esperienze, i desideri, i principi che ti sei costruita da sola volendo conoscere, sapendo che non sarà mai abbastanza, ti indirizzano verso un altro credo politico da quello in cui sei nata ( dittatoriale comunista), a quello in cui sei cresciuta (anarchico di Destra). Pienamente, responsabilmente, fedelmente innamorata della libertà, della diversità, parità, eguaglianza di diritti. Cosi, scopri che … di certo non sei di Destra. Rispettabilissimo pensiero politico. Un ottimo equilibrato confronto di idee. Madre di figure eccellenti nella storia, che hanno fatto la storia. Ma, la politica è anche amore, è passione, è soprattutto lo specchio dell’animo di chi ci crede. Ed io credo, e morirei per garantirla, nella libertà ed uguaglianza. Quest’ultimo particolare FONDAMENTALE mi porta assolutamente verso il cuore. 🙂

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