Quando le donne si raccontano…

Avete presente quelle sensazioni improvvise che ti prendono allo stomaco e sai, anche se non conosci il perché, che vanno seguite.

E’ stato proprio cosi anche quello del sabato scorso a Parma, che ha visto l’associazione albanese “Scanderbeg” dare vita ad una idea durata 2 anni in meno di 48 ore.

“Le donne albanesi si raccontano”

Una saletta piena di anime, uomini,- tanti,- e giovani ed adulte donne. Con la presenza della testata giornalistica di riferimento per gli albanesi in Italia e per gli italiani che vogliono conoscere l’Albania, Albanian News, nella veste di Sonila Alushi. Grintosa, determinata, preparata giovane donna albanese, residente a Bergamo, mamma di due splendidi figli, nonché una attivista per l’integrazione e le pari opportunità.

Donne e ragazze riunite in cerchio, che tra le rime, hanno raccontato le loro esperienze dal viaggio verso Lamerica alla vita condotta in Italia, tra diffidenze, paure, domande inopportune e tante occasioni perse perché straniere. E poi le conquiste, le amicizie, gli amori, la passione per la Terra che le ha adottate. Rime di profondi e contrastanti sentimenti che hanno commosso i presenti, di gran numero italiani, che si approcciavano alla conoscenze della donna albanese.

Un confronto di opinioni e di esperienze che si è presentato come una finestra alla conoscenza di un mondo che condividono tutte le donne ma in culture diverse. Perché, integrazione, non significa solo non lasciare le persone morire sui barconi od offrirli un piatto di pasta. Integrazione significa conoscenza, e questa va alimentata con la curiosità, con la volontà e le possibilità di apprendere la cultura dell’altro.

Il dibattito si è spostato anche sulle differenze tra le donne albanesi e quelle italiane. Si sono trovate delle pecche, come l’idea di una donna casalinga e dedita solo ai figli, ma anche delle conquiste, che però le sono da sempre riconosciute, come essere delle donne tenaci, determinate e combattive.

Su questo filo del confronto ha seguito anche l’inno alla neo dottoressa Biancalaura Perlini, innamorata della cultura dell’Aquila bicipite al punto di onorarla con la sua tesi in specialistica riguardo al matrimonio albanese. Un analisi che ha visto attraversare la storia dell’istituto del matrimonio albanese a partire dall’antico codice Kanun ai giorni d’oggi. Una tesi di altissimo valore, premiata dalla commissione universitaria con il massimo dei voti. Sull’analisi si trova il nome di Biancalaura Perlini, ma gli organizzatori e gli amici albanesi sembrano provare, forse, più emozioni della stessa neo dottoressa per il riconoscimento, la ricerca ed il lavoro svolto nel diffondere la cultura albanese.

“Nel conoscere la vostra cultura,- ha spiegato Perlini,- ho imparato ad amare di più la mia. Non perché sia migliore ma perché voi avete l’ideale della vostra ed è qualcosa che colpisce ed insegna a come amare la propria. Le donne albanesi, – ha continuato,- sono notoriamente riconosciute come tenaci, forti, autoritarie in Albania. E cosi lo è davvero. Siete un popolo aperto, ospitale, caloroso ma nel contempo diffidente. Ed è stato proprio questo tratto “negativo” che mi ha portato a voler capirne di più”

Già, forti e tenaci come Sonila Alushi, che non si è di certo fermata all’opinione comune della donna albanese in quanto casalinga, che si è sempre fatta rispettare per le sue idee ed il suo lavoro. Che anni dietro, non ha risparmiato le parole neanche al “Papi” Berlusconi quando, nelle sue uscite ufficiali da Presidente del Consiglio vestiva i panni del comico ed ha ridicolizzato, offeso e sottovalutato la donna dell’Aquila. Allora, Alushi difense l’onore, la rispettabilità, l’integrazione della donna l’abanese davanti alle telecamere di “Servizo Pubblico” in onda sulla Rai, oggi invece sarà la rappresentante d’eccellenza di una storia tra delusioni e conquiste di una immigrata albanese per un nuovo documentario che andrà in onda presto su Rai Tre.

Una commossa Sonila Alushi, ringrazia l’associazione albanese “Scanderbeg” per l’iniziativa di far conoscere il valore della donna albanese e ringrazia tutti gli italiani presenti che hanno affollato la sala dell’evento. “Perché, – dice,- dobbiamo esseri fieri – non orgogliosi – della nostra storia. Di ciò che le nostre madri ci hanno insegnato e dobbiamo aprire le porte a finché ci conoscano”

Una serata di emozioni, si direbbe tipiche delle donne, ma che ha visto protagonisti attivi di domande, di spunti su cui ragionare con i partecipanti, gli stessi uomini. Una risposta all’opinione comune fondata sulla non conoscenza. Idee formate sul piano estetico e risicate per la diffidenza dello straniero.

Un passo verso l’amalgamarsi della cultura italiana e quella albanese.

Amalgamarsi, appunto, perché per quanto vicini i due Paesi, per quanto la storia li abbia trovato parte attiva nel contempo, per quanto gli albanesi amino l’Italia, l’Albania è una cultura diversa. Non deve fondersi con quella italiana, non deve assomigliare, non deve nascondersi dietro il bisogno di essere accettati. La donna albanese, come quella nigeriana, peruviana, come tutte le donne di questo mondo,è frutto della sua cultura, di sua madre, delle sue usanze. Spesso incomprensibili per l’opinione italiana e difficilmente promosse. Ma, tutto dipende dalla conoscenza che si ha della cultura altrui. Tutto dipende da quanta curiosità, volontà e possibilità riusciranno le donne di oggi a trasferire ai propri figli perché altre donne domani non si trovino a dover far scoprire la loro cultura a piccoli passi. Perché non si nascondano. Perché vengano amate e sopratutto rispettate in egual modo.

***

La serata è continuata con una visibilmente emozionata dott.ssa Perlini, che si è vista premiata con un certificato di riconoscimento al valore della sua opera anche dall’Associazione nazionale albanese “çameria”, per il suo contributo al diffondere della cultura albanese, non solo grazie alla tesi, ma anche al suo video documento che racconta il dolore del popolo çamuriota.http://www.albanianews.it/cultura/storia/1228-cameria

Donne s-V-u-OTATE!

Accade il 1° febbraio del 1945. Il suffragio universale viene esteso anche alle donne. Da lì in poi saremo stati tutti uguali nei diritti e doveri nei confronti della Repubblica e delle sue istituzioni.

Saremo, certo, perché ancora oggi non lo siamo.

Siamo state legittimate dagli uomini. Da loro continuiamo ancora a farci rappresentare, perché loro, che piaccia o meno, detengono il potere. Un po’ come dire: hai la libertà, la facoltà, il diritto di raggiungere il cielo, ma io uomo prendo un elicottero, tu donna, beh arrangiati, puoi provare a saltare.

Un diritto fasullo. Utile per presentarci come uno stato democratico e con la parità di genere. Peccato che poi, le donne siano costrette a rinunciare alla loro passione politica, lavorativa, e all’istruzione.

Prima, in quanto donne, la famiglia.

Come dire che gli uomini non siano adatti a fare i padri. Come riconoscere l’incapacità del sesso maschile di occuparsi di se stesso. Se la “femmina” ( perché è ciò che siamo ) non si trova a casa ad occuparsi delle faccende quotidiane che accumula una famiglia non può farlo di certo l’uomo.

Donne che non lavorano, non le si permette di farlo, per seguire i retroscena delle  vite pubbliche dei propri uomini. Donne che non studiano,e se studiano rinunciano alla loro crescita professionale, perché l’uomo è l’unico legittimato socialmente a poter raggiungere le vette.

Donne che incontrano un’altra donna indipendente, capace di non stare ai giochi maschilisti della nostra Italia e che nella migliore delle ipotesi la vedono come un idolo irraggiungibile, e nel più comune dei casi invece, quella donna, che rappresenta la quint’essenza della libertà, uguaglianza, lotta contro il pregiudizio, diventa anche ai loro stessi occhi una sprovveduta. Una “non” donna. Che dedica la sua vita a qualcosa di innaturale, non procrea, non si occupa delle faccende di casa e di accrescere l’ego di suo marito. Donne istruite dagli uomini. Doniamo la vita a chi andrà a comandare la nostra. Ci vendono, e ci crediamo pure, che la libertà è presentarsi scosciate, truccate, siliconate alla società. Che avere più amanti sia la miglior rappresentanza di parità di genere.

Colpa degli uomini che possiedono le Istituzioni e colpa delle donne che lo hanno permesso.

Noi donne, capaci di amare i nostri frutti anche se acerbi. Incapaci di insegnare agli uomini che abbiamo partorito di amarci e rispettarci anche dopo lo svezzamento.

Perché se è vero che dietro ad un grande uomo vi è una più grande donna, viviamo in uno Stato con piccole Istituzioni di garanzia all’uguaglianza invaso da uomini.

Ancora più piccole noi che lo abbiamo permesso.

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