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Donne s-V-u-OTATE!

Accade il 1° febbraio del 1945. Il suffragio universale viene esteso anche alle donne. Da lì in poi saremo stati tutti uguali nei diritti e doveri nei confronti della Repubblica e delle sue istituzioni.

Saremo, certo, perché ancora oggi non lo siamo.

Siamo state legittimate dagli uomini. Da loro continuiamo ancora a farci rappresentare, perché loro, che piaccia o meno, detengono il potere. Un po’ come dire: hai la libertà, la facoltà, il diritto di raggiungere il cielo, ma io uomo prendo un elicottero, tu donna, beh arrangiati, puoi provare a saltare.

Un diritto fasullo. Utile per presentarci come uno stato democratico e con la parità di genere. Peccato che poi, le donne siano costrette a rinunciare alla loro passione politica, lavorativa, e all’istruzione.

Prima, in quanto donne, la famiglia.

Come dire che gli uomini non siano adatti a fare i padri. Come riconoscere l’incapacità del sesso maschile di occuparsi di se stesso. Se la “femmina” ( perché è ciò che siamo ) non si trova a casa ad occuparsi delle faccende quotidiane che accumula una famiglia non può farlo di certo l’uomo.

Donne che non lavorano, non le si permette di farlo, per seguire i retroscena delle  vite pubbliche dei propri uomini. Donne che non studiano,e se studiano rinunciano alla loro crescita professionale, perché l’uomo è l’unico legittimato socialmente a poter raggiungere le vette.

Donne che incontrano un’altra donna indipendente, capace di non stare ai giochi maschilisti della nostra Italia e che nella migliore delle ipotesi la vedono come un idolo irraggiungibile, e nel più comune dei casi invece, quella donna, che rappresenta la quint’essenza della libertà, uguaglianza, lotta contro il pregiudizio, diventa anche ai loro stessi occhi una sprovveduta. Una “non” donna. Che dedica la sua vita a qualcosa di innaturale, non procrea, non si occupa delle faccende di casa e di accrescere l’ego di suo marito. Donne istruite dagli uomini. Doniamo la vita a chi andrà a comandare la nostra. Ci vendono, e ci crediamo pure, che la libertà è presentarsi scosciate, truccate, siliconate alla società. Che avere più amanti sia la miglior rappresentanza di parità di genere.

Colpa degli uomini che possiedono le Istituzioni e colpa delle donne che lo hanno permesso.

Noi donne, capaci di amare i nostri frutti anche se acerbi. Incapaci di insegnare agli uomini che abbiamo partorito di amarci e rispettarci anche dopo lo svezzamento.

Perché se è vero che dietro ad un grande uomo vi è una più grande donna, viviamo in uno Stato con piccole Istituzioni di garanzia all’uguaglianza invaso da uomini.

Ancora più piccole noi che lo abbiamo permesso.

S-Comunicare l’indifferenza!

L’uomo è malvagio e indomabile se lasciato al suo ego. Siamo animali pensanti che dimenticano di ragionare, che ignorano il sapere ed elogiano la supremazia del più scaltro e possente

La forza della comunicazione è spesso sottovalutata ma può veramente aprire le porte ad una società multiculturale oppure spaccare letteralmente ogni equilibrio portando l’uomo, l’animale pensante, a dare prevalenza al suo istinto ignorando ogni diritto e scalciando la dignità altrui.

Video di Arber Agalliu.

Gli animali di Calderoli

“Sono un’amante degli animali, anche quelli esotici”

E’ questa l’ultima affermazione di senso compiuto che il Vice Presidente del nostro Senato della Repubblica ha articolato durante un’intervista rilasciata all’inviata Alessandra Sardoni del tgLa7speciale di Enrico Mentana, durante la sua maratona al quirinale.

L’occasione era la discutissima legge elettorale Porcellum della quale si è occupata la Corte Costituzionale che, come il nome stesso indica, era fangosa e soprattutto incostituzionale. Da lì il passo li è stato breve.

Dopo le scuse nel luglio del 2013, pronunciate in Senato per aver apostrofato “orango” l’allora Ministro dell’Integrazione Cecile Kyenge, ed il pentimento profondo espresso all’ex Presidente della Repubblica Napolitano per quanto accaduto, Calderoli è tornato quello di sempre. Oggi durante la diretta di La7, con un sorriso sghignazzato che gli illuminava il viso, non è riuscito a non fare il suo comming out sull’amore che riserva agli animali, anche quelli esotici.

Chiaro il riferimento a quella battuta, per la quale si era detto affranto e che lo avrebbe visto impegnato perché non riaccadesse. Con evidente imbarazzo della giornalista Sardoni, Calderoli ha riconfermato a Mentana questa sua passione animalesca.

Ma niente paura! Non si spaventino gli amanti degli animali. Calderoli non ha rinunciato alla sua vita politica. Continua assiduamente a svolgere il suo ruolo da vice Presidente del Senato della Repubblica, un’attivista convinto delle idee di Lega Nord. Di certo, il suo dichiarato amore per gli amici dell’uomo non lo porterà ad occuparsi di loro. I veterinari e gli animalisti siano sereni, non sono abbandonati a loro stessi, perché le  “idee” politiche di Calderoli e le sue massime sono vergogne per l’intero popolo italiano e tutti dovremmo fare i conti. Infatti, il nostro Vice Presidente dopo aver nominato il sud “terroni di m..a”, aver indossato pubblicamente la maglietta con su scritte anti islam, aver firmato la legge elettorale Porcellum ed aver azzardato il paragone con l’orango riservato alla parlamentare europea PD Kyenge  continuerà a stare al suo posto a rappresentare la nostra Italia.

Crederlo veramente pentito era sin troppo surreale.

Nel 2013, le richieste di una sua dimissione sono finite in un nulla di fatto, poiché il ruolo che riveste non è soggetto ad un voto di sfiducia da parte dei senatori ed il suo Segretario di allora, Maroni, non ha preteso il rispetto delle istituzioni invitandolo a dimettersi. Ci siam fatti bastare le sue scuse “sincere” che una volta accolte ci ripresentano il film già visto. Per stare in tema di animali:” Il lupo perde il pelo ma non il vizio” E Calderoli con la sua Lega Nord ci hanno più volte mostrato come si possa scavalcare l’onda dell’ipocrisia, come si possa mangiare nello stesso piato che dove si è sputato per poi dopo spaccarlo in mille pezzi appena l’occasione lo permette.

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Minoranza Dem, quella attesa “premiata”.

Le cronache lo riportano da mesi: Il PD è prossimo alla spaccatura.

Ma dopo la vittoria schiacciante di Tsipras in Grecia,

chi se ne andrà veramente?

 

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I dissidenti del PD hanno le gambe legate. Tradire il partito o la fede?

E se ai militanti non fregasse più della loro fede e pretendessero concrete soluzioni? Come possono riuscirsi in meno di 150 persone da sole ad offrirlo? Ammettiamo anche che decidessero di lasciare il partito: – anche se loro preferirebbero che lo facesse Renzi -, svuoterebbero il campo dai disturbi al nemico per l’antonomasia, Berlusconi.

L’ex Cavaliere infatti, non attende altro. Si metterebbe le vesti del salvatore della Patria. “Colui che ha impedito un’ulteriore crisi di governo, che eviterà alla nazione altre costosissime elezioni. L’uomo “condannato” a riformare il Paese.”

Questo sì, che li darebbe molto più soddisfazione della semplice Grazia chiesta – e negata – a Napolitano.

Vista cosi, sembra che la minoranza DEM, comunque la faccia la sbagli! Ed è anche per questo che guarda con speranza alla vittoria di Syriza nelle elezioni politiche di ieri in Grecia. Si augura che ciò che accadrà in terra ellenica posso svegliare le coscienza di altri colleghi parlamentari e senatori. Possa in qualche modo certificare le intenzioni dei dissidenti non come invidia, – come scrisse Gramellini,- ma come coerenza dei principi socialisti da cui si ispira il partito.

Con i suoi 149 seggi guadagnati sul campo da battaglia più democratico, quelle delle elezioni popolari, Syriza sta riuscendo a mettere in discussione l’intoccabile, l’onnipotente e vigente Troika (UE, BCE, FMI). L’unione Europea, con la Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale hanno portato la Grecia ad avere più del 25% della forza lavoro disoccupata. Hanno obbligato il governo ateniese a tagliare i stipendi di tutti i dipendenti del 30%, e chiedono alla Grecia di pareggiare i suoi conti in Entrata/Uscita incentivando contemporaneamente gli investimenti. Nient’altro?

La Troika chiede che vengano fatti i compitini a casa, intanto che il tetto crolla.

L’intenzione di Tsipras è quella di portare a Bruxelles il principio, più volte sancito dai Trattati UE, che sfugge però alla vista della Troika, quello della solidarietà. Obbligare l’Europa a comprendere

che la pillola tedesca non può funzionare con ogni Paese.

Il leader greco socialista, promette di combattere per una Unione più sociale e giura ai suoi elettori di non onorare i vincoli imposti dall’inflessibilità. Si impegna di rispettare la fratellanza con tutti i Paesi dell’Unione e di non mancare ai Trattati. Ma l’Europa deve rispettare la Grecia.

“O siamo la stessa famiglia o non siamo un’Unione. Nelle migliaia di pagine che compongono i vari trattati dell’UE, – ha dichiarato Alexis Tsipras, -non vi è traccia di una tale irruenza ed austerità.”

Ed è questa posizione, cosi determinata, contro le politiche messe in atto dalla Troika, che lo ha portato alla conquista di queste elezioni. Syriza è riuscita ad interpretare al meglio i sentimenti del popolo ellenico senza ricorrere alle pozioni magiche integraliste. La sua vittoria è lo schiaffo in faccia all’Europa delle Borse che dimentica la società e crea disuguaglianza tra poveri.

In perfetta coerenza con quanto sostenuto dai centocinquanta dissidenti PD che si avvicinano sempre più a Vendola e il suo SEL, l’unico partito di sinistra veramente in opposizione al governo Renzi. Nella speranza che la vittoria di Tsipras porti alla luce anche le loro ragioni per la contrarietà a questo governo di Nazareno.

“Siamo tutti d’accordo, – dice Civatti,- che la collaborazione tra le forze politiche all’interno del parlamento debba essere costante. Ma, quando vengono a mancare i principi base della rappresentanza del popolo e delle sue esigenze in nome di un patto, ad oggi ancora sconosciuto nei contenuti, allora ci si sta accompagnando ad uscirne dal Partito”

Minaccia però, che Civatti sembra non abbia minimamente intenzione di mettere in atto. Per lui e la minoranza DEM, non è il PD ad essere infedele ai suoi principi, ma Renzi. E sembrano cosi invitare il Capo del Governo a cambiare ruota oppure, decidere di dare un nome alla maggioranza effettiva in parlamento, composta con buona percentuale della rappresentanza di Forza Italia. Insomma, si chiede a Renzi di spogliarsi delle vesti del socialista per riprendere in mano la sua fede politica naturale, democristiana.

I dissidenti lamentano di trovarsi imprigionati in un governo che non rispetta i principi fondamentali del loro Partito. Soffrono il Job Acts, la trasformazione del titoli V della Costituzione. Sentono di doversi dissociare con chi, a loro dire, governa con noncuranza alle sofferenze della società . Disillusi da chi li rappresenta e mette in atto leggi che spogliano i lavoratori dei loro diritti ed ignora quella larga fetta della collettività composta dagli esodati.

“Stanchini” delle politiche economiche e sociali messe in atto fin ad oggi dal Governo, SEL, Minoranza DEM ed altri partiti del nostro panorama politico si preparano ad unire le forze ( i numeri) a partire dalle imminenti elezioni del prossimo Presidente della Repubblica Italiana.

Comunque si sviluppino le beghe interne al PD, il nuovo vento che attraversa l’Italia dopo la vittoria schiacciante del partito socialista di Alexis Tsipras in Grecia, sembra piombi sul governo come un uragano. Matteo Renzi sa di non poter ignorare l’entusiasmo di queste elezioni che sta trascinando in sella al cavallo dei vincitori anche i suoi fedelissimi. Tutti, all’indomani della vittoria di Syriza si esprimono contenti e rafforzati. L’Europa dicono, facendo loro le parole di Tsipras, deve diventare un’Unione sociale, fratellanza dei popoli. Quasi a dimenticare che ciò che hanno fino ad ora legiferato nulla ha a che fare con le azioni politiche che il leader ellenico ha promesso alla Grecia.

Con la vittoria di Tsipras si ritorna ai tempi in cui il cittadino è messo in centro alla costituzione della Stato. Nel Paese della democrazia il popolo si ribella e riprende in mano le sue redini. I diritti e la dignità del cittadino vengono posti all’apice di ogni priorità. Principi, questi che mal si amalgamano con la filosofia economica fin oggi seguita dall’UE.

Infatti la cura offerta alla Grecia, ha portato malessere anche nelle tasche dello Stato italiano per oltre 40 miliardi di euro. Perché, l’acquisto dei titoli statali della Grecia messo in atto dalla BCE sono stati redistribuiti tra tutti i Paesi dell’Unione Europea. E per chi, come l’Italia non sta attraversando proprio un momento roseo, beh, sarebbero stati utili nelle casse di uno Stato che deve fare i conti con il malessere economico che alimenta le disuguaglianze.

Insomma, questa influenza pesantissima della crisi economica e sociale che invade l’Europa, non si può medicare con la stessa misura di tachipirina per tutti. Ogni paziente è una storia a sé. Bisognerà rispettare la cultura, le potenzialità ed i cittadini di ogni Paese. Non sarà stata l’UE ad infondere la malattia, ma di certo,- secondo Syriza, Sel e minoranza Dem, –  è stata un medico sprovveduto. Fu cosi, che gli “ultimi” divennero i primi a contestare le politiche economiche dell’UE in nome della fratellanza tra i Paesi. Senza minacciare uscite dall’euro o ripristinare i confini nazionali. Ma richiamando il principio base della costituzione dell’Unione Europea, solidarietà.

Presidente, l’Italia ha bisogno di italiani!

Il 14 gennaio scorso Giorgio Napolitano si è dimesso dal Presidente della Repubblica Italiana.

Dopo i saluti di rito ed i festeggiamenti al suo quartiere di residenza Monti, nel panorama politico italiano è partita la caccia al nuovo profilo presidenziale.

In oltre 150 anni di Repubblica d’Italia non si era mai vista tanta energia e coinvolgimento dell’opinione pubblica per l’elezione del Capo dello Stato, che dal 2013 appassiona e mette in evidenza le diverse sfumature della convivenza in parlamento. Infatti, i vari protagonisti delle correnti in opposizione si trovano a scoprire le carte all’elettorato ed ammettere come la consultazione, la convergenza e gli accordi su certi passaggi istituzionali siano doverosi anche se appaiono in contraddizione con la fede politica dei propri militanti.

Come ben si nota la tensione è alle stelle. Tra maggioranza ed opposizioni sembrano combaciare del tutto i disegni sul come dovrà essere il nuovo inquilino del Colle tranne che sui nomi da proporre alla camera dei deputati.

Le figure proposte fino ad ora infatti servono a testare l’equilibrio del parlamento ed individuare, al quarto scrutinio- da quanto previsto da Renzi-, la personalità che andrà ad occupare la massima carica dello Stato.

Gli inquilini del Montecitorio indicano come requisito indispensabile l’essere super partes del nuovo Capo dello Stato. Vorrebbero tutti una figura equilibrata ed equidistante, fedele ai dettati della Costituzione ma, “Non di Sinistra”. E’ questo il veto imposto dall’immortale Berlusconi che ritorna in pista immancabilmente ogniqualvolta si ritiene “smacchiato”.

L’analisi dei personaggi politici e/o di spettacolo come Magalli che vengono presentati in corsa al Colle, appare più un contentino da dare alle maggiori forze politiche parlamentari che la necessità di individuare una figura che rappresenti al meglio l’intero popolo italiano.

Prendendo spunto dalla passione per questo prossimo avvenimento che vede coinvolgere come mai prima i cittadini italiani, tralascio l’indicazione di un nome e propongo uno dei requisiti, a mio avviso, indispensabili che debba avere il nuovo Presidente della Repubblica d’Italia.

Qualità, che in tutta questa frenetica “collaborazione” fra le forze politiche (due!) non trova spazio neanche nelle più misere descrizioni del profilo che debba avere La carica più alta dello Stato.

Visto mai che venga accolto!

Vorrei un Presidente che sappia valorizzare lo Stato. Che pretenda da tutte le istituzioni, non solo nazionali ma anche nei piccoli comuni delle province italiane, di onorare l’appartenenza a questo Stivale. Di eseguire alla lettera i dettati della Costituzione e che trasmettano l’entusiasmo, la consapevolezza, il rispetto, la virtù di essere italiani.

Vorrei un Presidente che ci insegni ad essere fieri di appartenere a questa realtà.

Non mi importa quante cariche ha rivestito nella sua carriera politica, DEVE portare la società a sentirsi parte attiva nella storia, arte e cultura multiculturale – da sempre – italiana.

Presidente, svegli negli animi degli italiani la curiosità di conoscerla, e renda possibile che vengano messi in condizione di amarla.

Le vongole di Salvini ed i suoi fratelli profughi.

Non occorre essere conoscitori impeccabili dei politici italiani per essere a conoscenza delle idee di Matteo Salvini, il Segretario del partito Lega Nord. Chiunque abbia semplicemente giocato con il telecomando della propria televisione, tra un canale ed altro, si sarà obbligatoriamente imbattuto con l’immagine di Salvini ed avrà sentito ciò che lui, da oramai due anni, predica durante le sue presenze.

Bene, non ultima, ma sicuramente degna della nostalgica trasmissione “La sai l’ultima?”, è la sua contrarietà per la decisione della Commissione dell’Unione Europea riguardante il limite di misura per una vongola perché possa essere pescata.

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Secondo l’UE infatti, una vongola non potrà essere pescata se misura meno di 2,5 centimetri. La decisione viene spiegata perché, raggiunta tale misura massima il mollusco si può definire adulto e già riprodotto. Pescandolo più giovane invece, significherebbe alzare il rischio di vederne sempre meno nei nostri mari. Questo è chiaramente un limite che vedrà impegnarsi i pescatori italiani ad una attentissima vigilanza sul pescato. In caso di disattesa della norma, la Commissione ha previsto delle pene penali e pecuniarie fino a 4 mila euro.

Va detto però, che il limite di misura imposto dall’UE è largamente restrittivo sicché le vongole raggiungono la riproduzione già a misura di 2 centimetri. Altri Paesi, come la Turchia, non facenti parte della Unione Europea, ma che godono degli accordi di libero scambio, portano al nostro mercato molluschi anche di 1.7 cm. Questa norma era collocata nel sistema normativo italiano già negli anni ’60 ed è stata ripresa con lungimiranza dall’Unione Europea. Italia aveva anche previsto una tolleranza del 10% sulla pezzatura (classificazione secondo misure stabilite) della vongola. Cosi, questa ricchezza poteva essere pescata anche di soli 2.3 centimetri.

”La goccia che ha fatto traboccare il vaso, – spiega la Federcooppesca, – è il Regolamento comunitario dei controlli che ha intensificato l’azione delle forze dell’ordine creando cosi problemi alle imprese che devono pagare costi salati anche a fronte di quantitativi minimi di pescato sotto taglia del tutto accidentali” (fonte Ansa). Cosi, Salvini e Lega Nord hanno fatto loro la battaglia di migliaia di pescatori.

Alla luce di tutto questo trambusto – legittimo – vien da domandare al segretario della Lega Nord, dove si trovava prima che questa norma ITALIANA venisse ripresa dall’Unione Europea? Sono oramai cinquant’anni che i pescatori dei nostri mari ne erano a conoscenza. E da quanto si evince dalle dichiarazioni fatte all’agenzia Ansa da parte della Federcooppesca, il timore dei pescatori è concentrato più sui controlli previsti dalla norma europea che sulla salvaguardia della nostra acquacoltura.

Pare chiaro che, per coerenza con la sostenibilità della natura e la valorizzazione dei prodotti offerti ai cittadini, la battaglia andrebbe semmai svolta verso altri obiettivi ossia, quello di incentivare il consumo dei prodotti europei garantiti nella qualità grazie ai serrati controlli e senza rischi per le generazioni future di trovarsi con mari svuotati da questi molluschi.

Ma non saremo neanche a parlare di Salvini se le sue battaglie offrissero prospettive di lungo periodo di crescita e di garanzie.

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Il Segretario infatti, è noto ai più, per essere un bravissimo scavalcatone. Le onde che riesce a prendere sono minacciose, discontinue, inaffrontabili con una semplice tavola da surf ma, lui riesce a farsi sostenere da migliaia e migliaia di persone stesi a schiena in giù al mare, concedendo a Salvini di stuzzicare le loro pance. Lui parla anche di sicurezza, di immigrazione e di NON integrazione. Riesce con naturalezza inserire in quest’ordine e nella stessa frase, tre fenomeni diversi tra di loro e che se sviluppati nel modo corretto nessuno dipenderebbe dall’altro. Lui sfugge alle sue responsabilità e grida al ladro alla solo vista del colore della pelle, della provenienza non comunitaria, – eccezion fatta per i romeni ed i rom,- e chiede con forza la definizione dei confini nazionali.

Dimentica, – probabilmente dovuta ad una malattia rara, perché l’età giovanissima non può giustificare tale mancanza,- che i confini in Europa esistono e sono difesi da tutti gli stati membri dell’UE. Lui scavalca (vedi sù) l’onda del terrorismo, quello della massa dei profughi che scappano dalle loro terre per salvaguardare la vita propria e dei figli. Urla allo scandalo dei 30 euro per ogni rifugiato, –meno adesso che la mafia capitale ha messo inevidenza i veri criminali.– Accusa i migliaia di mussulmani in Italia di essere molto probabilmente degli sgozzatori e mette nella stessa casseruola di brodo lercio, i milioni di immigrati che producono ricchezza allo stato italiano per ben 11% di PIL, con quella minima e fisiologica parte di criminali.

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Li andrebbe forse ricordato che la baby pensionata, Lady Bossi, non potrebbe vedersi stanziata la pensione senza il contributo degli immigrati. Li andrebbe anche ricordato che, Trotta e fratello, con il loro QI e/o preparazione professionale, non sarebbero andati da nessuna parte se non fosse stato per 4 milioni di cui vengono processati per appropriazione indebita ai danni dallo Stato.

Beh, Stato signor Salvini sono anche gli immigrati che contribuiscono giornalmente a mantenerlo sano.

E’ forse, necessario ricordarli Belsito od il suo amato Umberto insieme alla ristrutturazione della casa a spese dei contribuenti?

E per rimanere in tema immigrazione, e soprattutto quella degli ultimi anni, bisognerebbe battere i pugni di memoria di come quei Stati, da dove fuggono terrorizzati i profughi, siano stati colpiti, armati, distrutti politicamente ed alimentati di odio proprio dalle politiche degli stati occidentali in espansione ed insaziabili di ricchezza. Oppure, l’autodefinito “difensore delle radici cristiane europee” crede davvero che le colonizzazioni da noi fatte non abbiamo lasciato segni in quei luoghi? Realmente lei ritiene di pulirsi la coscienza –  come la sua adorata Le Pen, (dichiarazione di ieri a “Dì martedì”, LA7), dicendo ,ebbene, i tunisini ed amici hanno combattuto per la libertà contro le occupazioni, adesso se la tenessero fuori dai cog..ni ops, confini?

E c’è una cosa su tutte che non riesco a spiegarmi: Come fa a chiamare fratelli i profughi che scappano, appunto da situazioni dramatiche, e nel contempo urlare con forza e pretenziosità al terrorismo proveniente da quei posti? Mette nella stessa frase amore e odio. Prima fa il buono, -come se una luce la avesse illuminata,- e subito dopo carica gli animi degli italiani di odio e disprezzo. Facendo passare dei sopravvissuti, nullatenenti, disperati, cristiani e mussulmani come degli invasori feroci. Come soggetti dotati di machiavelliche menti che per conquistare e sottomettere l’Europa, hanno persino bruciato le loro terre, attraversato mari per settimane, rischiato di vedere morire i propri figli, e tutto questo, collaborando con lo stesso occidente che li ha forniti i viveri della guerra.

Al partito ed ai tifosi di Lega Nord, sono serviti più di trent’anni per riconoscere uno delle fondamentali voci della Costituzione Italiana:

L’Italia è unica ed indivisibile. Altre tanto ci hanno messo per  accorgersi che l’attuale norma europea, sul limite massimo della pezzatura delle vongole, faceva parte del sistema normativo italiano da più di cinquant’anni e da lì ha preso ispirazione.

Sono dovuti passare per vilipendi, napoletani puzzolenti, il sud criminale, la Roma ladrona, terroni feci, e ultima Vaffa.. alla Corte Costituzionale.

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Siamo certi che sia questo modo di comunicare, terrorizzare, offendere, rubare quel che si chiama, al servizio dello Stato?

Charlie Hebdo. “Islam si dissoci”! Da cosa? … e quel silenzio che non aiuta…

Da più esponenti politici ed anche di primo piano del mondo cattolico viene chiesto alla comunità mussulmana di dissociarsi dai terribili fatti accaduti il 7 gennaio scorso a Parigi. Nel cuore dell’Europa democratica e libera hanno perso la vita dodici innocenti, dodici cari che muoiono massacrati per mano di criminali, infedeli che giustificano le loro azioni in nome di un Dio che appartiene a milioni di altri che con questi fatti non hanno nulla a che fare.

Dissociarsi significa aver prima fatto parte di un gruppo, di un credo, aver condiviso gli ideali e gli obiettivi. Dissociarsi vuol dire non voler più fare parte di quel gruppo, di quel credo, di non condividere più gli ideali e gli obiettivi.

Mi chiedo allora:  Perché invece di chiedere alla comunità mussulmana di dissociarsi non le viene offerta la solidarietà per come quei terroristi hanno tentato di rappresentarla usando il nome di Allah? Siamo sicuri che le vittime durante quei attentati siano solo i dodici cittadini innocenti francesi? Siamo certi che quella violenza non abbia ferito anche l’intera comunità mussulmana che ogni giorno convive in collaborazione e condivisione dei principi di civiltà, libertà e democrazia?

Vedo una scena surreale: I credenti mussulmani che si sistemano alla finestra osservando il campo da calcio dove altri hanno dato vita ad una competizione tra fedi e mettono in discussione la  civiltà. Una partita giocata da chi crede che la sua fede sia moderata e giusta contro gli ultras dell’altra fede.Estremisti in rappresentanza di un credo che appartiene ad altri milioni in giro per il mondo ma che rimangono in attesa che l’arbitro –  il pubblico – comprenda che non è una partita alla pari. Che non si possono mettere in concorrenza di lealtà, di principio di libertà, civiltà e pace due fedi che insieme ripudiano la violenza e predicano in egual misura il rispetto per il prossimo. Ma, ciò che più stupisce è che a rappresentare sul campo da gioco la fede mussulmana sono stati chiamati dai cosi autoproclamati “difensori dell’Europa cristiana” gli estremisti, i terroristi, gli infedeli che usano il nome di Allah ma che non rispecchiano in alcun modo i fedeli dell’Islam.

Chiedo alla comunità islamica moderata, – dichiara Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana – di dissociarsi da quei atti del 7 gennaio scorso”

“L’islam non è una religione come tutte le altre.” – rafforza il pensiero l’illuminato Salvini, presidente del partito Lega Nord – “Nei pianerottoli di casa nostra cè sempre un mussulmano pronto a sgozzarci” – conclude terrorizzando i cittadini ed accusando di crimini inenarrabili l’intera comunità mussulmana sostenuto dal silenzio di quest’ultima.

E’ ovvio però, che in tempi di una comunicazione spicciola, fatta di frasi d’effetto e senza proposte costruttive e risolutive, se la comunità mussulmana rimane in silenzio lasciando che venga fatto il confronto estremisti (islam) ed Europa  è inutile che dopo si stupisca se la accusano di giocare sporco. Aggrappata, forse, alla speranza che il pubblico – europeo/italiano – impari a conoscere il suo credo, questa comunità non si sta facendo un favore e non lo sta facendo neanche all’Europa.

L’Islam è molto lontano dalla cultura europea, è lontano per storia e geografia. E’ un mondo che richiede impegno, approfondimento e comprensione. Non è il contrario di ciò che l’Europa è ma è sconosciuto e spesso mal interpretato. Perciò, occorrerebbe che chi pratica la fede e chi si è dedicato ad andare oltre le frasi fatte si avvicini al popolo ed esprima la posizione dei mussulmani.

Chi conosce il Corano sa bene che la religione mussulmana è basata sul principio della pace. Che il ripudio della violenza è uno dei suoi punti cardine. Eppure, in troppi hanno colto con “entusiasmo” i fatti del 7 gennaio scorso e si sono lanciati alla caccia al voto scagliando appelli ed accuse, più o meno velate, dando cosi un’immagine dei fedeli della religione mussulmana come prossimi sgozzini.

La comunità mussulmana dovrebbe smetterla di stare in silenzio, di voler lasciar il tempo a dare le risposte. Dovrebbe attivarsi per farsi conoscere ed aprire le porte al mondo. Le televisioni, i giornali e socialnetworks sono zeppi di personaggi che la giudicano, la accusano ed invitano altri a prendere le distanze da loro. Ritenere di non dover immischiarsi con questo modo di comunicazione non la renderà più amata agli occhi di Dio, non la renderà superiore agli estremisti politici che nella passività comunicativa dei mussulmani vedono l’assenso delle loro accuse.

Ma voi no, voi…

Vi cucite le bocche e lasciate che altri vi lancino accuse di terrorismo e di alimentare odio dietro a dei richiami che non servono ad altro se non a dare un’immagine di voi come dei criminali. Come se, il difendere il proprio credo sia di per sé un crimine. Come se, pretendere il rispetto per la vostra anima religiosa macchi le vostre mani del sangue degli innocenti di Parigi.

Avete già espresso il vostro dolore per le famiglie delle vittime. Avete dato la vostra solidarietà totale alla Francia ed ai suoi cittadini cresciuti nel senso della libertà di espressione e di democrazia. Non temete allora di ricordare al mondo le parole di qualcuno che conosce molto meglio e ne ha apprezzato l’opera, Marthin Luther King.

“La mia libertà finisce là dove prende inizio la vostra”.

Ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero in modo civile e di ricevere pensieri contrastanti al suo in egual modo. Il 7 gennaio è stato progettato da dei infedeli, criminali, organizzazioni terroristiche che nulla hanno a che fare con il credo. Hanno portato via dalle famiglie ed i loro cari dodici innocenti che avevano il diritto di esprimere il loro pensiero, di fare caricature ed ironizzare su tutto ciò potessero. Ciò non toglie, che quelle vignette erano offensive per voi e per il vostro credo, come lo sono stati per i cattolici ed il papà le precedenti. Non dovreste intimidirvi a sostenere le vostre posizioni. Dovreste invece, spiegare al mondo che nei secoli i mussulmani non hanno mai dato una immagine ad Allah e Muhammad (Maometto) perché lo ritengono offensivo paragonarli e rappresentarli da uomini. E quando vengono raffigurati in una caricatura per voi raggiunge la blasfemia.  Insegnate al mondo che il terrorismo non ha fede. Che la vita d’altri non si può negare. Che la violenza non ammessa nella vostra religione e che l’uomo è subdolo, è operatore del suo male e delle sue paure. E che voi nonostante non condivideste quelle pagine condannate ogni crimine.Perché di questo si tratta.

Di criminali che interpretano il vostro credo e usano il nome del vostro Dio per azioni ripudiati dalla vostra fede.

Agon Italia, da Caprarica alla sede dell’albeggiante canale tv.

Una solita giornata da “giornalista” freelance.

Mi trovo davanti all’ingresso della sede della giovane rete televisiva Agon Channel Italia. Mi avvicino al portone, parlo con la guardia dell’edificio, mi presento e vengo accompagnata all’interno della redazione di Agon Channel Italia che risiede soppalcata a quella madre, albanese.

L’anno scorso ero andata a conoscere i preparativi per il lancio rimanendo colpita dall’entusiasmo che trasmettevano i giovani collaboratori italiani chiamati alla riuscita del progetto. Avendo portato a casa le dichiarazioni del direttore esecutivo Marco Olivieri ( vedi Tirana 1,2,3 in onda Agon Italia) mi soffermai questi mesi ad osservare lo sviluppo di quanto promesso.

Ma, dopo le dichiarazioni di Antonio Caprarica ( ex direttore news di Agon Channel), di come la struttura per la produzione italiana fosse fatiscente, incoerente con l’ambizione del produttore. Di come, secondo l’ex corrispondente Rai, gli operatori fossero sfruttati ed il prodotto finale da presentare al pubblico dello stivale non potesse essere migliorato in condizioni cosi precarie, la curiosità di indagare e capire meglio le sue accuse mi spinse ad accertarmi di quanto lui ha dichiarato e di documentare la realtà lavorativa della sede.

Ebbene sì, la redazione italiana risiede appunto, nell’imponente soppalco ricavato in altezza all’interno di quella fortunata dell’aquila bicipite. Sono una decina di scrivanie comunicanti, come in tutte le redazioni giornalistiche. Quella del direttore a fronte tutti per poter comunicare, riunire e progettare la giornata.

Gli studi a disposizione per la registrazione dei programmi sono solo tre per entrambe le reti. Gli operatori che concorrono allo sviluppo del palinsesto sono gli stessi. Le camere di regia non sono mai vuote ed a fatica incastrano i tempi tra un prodotto riferito al pubblico albanese e quello italiano. I montaggi dei programmi italiani invece avvengono in separata sede. Come dichiarato da Caprarica, all’interno dei contener  sistemati nell’area parcheggio della sede televisiva o meglio delle sedi televisive. Perché è sicuramente vero che tra di loro vi sia una collaborazione/invasione di spazio ma è altrettanto vero che l’una senza l’altra, da quanto me accertato, non potrebbero esistere.

Per la precisione i contener sono insonorizzati, riscaldati e ventilati. Dotati di tutte le apparecchiature necessarie per il montaggio del prodotto finale.

“E’ un esperimento che ha bisogno di prendere le misure,- dice Juli Binjaku, giornalista albanese e colonna di supporto per entrambe le reti,- e nessuno di noi prima poteva conoscere i limiti, le difficoltà e le possibilità di riuscita. E’ facile giudicare prendendo in esempio grandi strutture di televisioni ed affermate italiane e/o albanesi, ma nessuno considera l’ambizione e la grinta che questa nuova rete, soprattutto italiana offre al pubblico e l’opportunità a noi collaboratori di costituire le fondamenta e di solidificarle facendo crescere la struttura e sviluppandoci insieme . E’ una opportunità unica, – continua Juli,- per i giovani giornalisti ed operatori che hanno voglia e capacità di crescere. Siamo tutti alla ricerca del nuovo, ci lamentiamo di continuo di non trovare spazio di sviluppo all’interno di grandi televisioni, di non essere presi in considerazione nelle nostre idee innovative e di essere sottopagati. Ma con Agon, nonostante le difficoltà tipiche di una rete in rodaggio (soprattutto quella italiana) abbiamo dimostrato che si può dare spazio all’innovazione, si può mettere in piedi una rete in corrispondenza e farla crescere stimolando il desiderio e l’ambizione di giovani giornalisti”

Gli operatori, i cameramen, i supporti tecnici li trovi sempre tra le mura della sede in attesa di continui spostamenti sul loco della notizia da cogliere. Sono intercambiabili e professionisti del loro mestiere. La maggior parte di quelli incontrati provengono da altri canali principali dei media televisivi albanesi. Ragazzi e ragazze giovani che riconoscono il bisogno di un allargamento della struttura e di una organizzazione più definita delle due reti ma che ti contagiano con la loro grinta portando l’attenzione su quanto fatto fino ad ora.

Vige un frenetico entusiasmo all’interno delle redazioni. Un via vai di persone comuni, di professionisti ed anche dilettanti di tutte le età che offrono la loro immagine, l’esperienza di vita, di lavoro, la loro formazione culturale e professionale partecipando agli infiniti casting messi in piedi dalla redazione italiana. La ricerca di calciatori, di modelle, di bodyguard e diverse altre figure uniti dal desiderio di offrire il nuovo. Qualcosa che in Italia non si era ancora offerto. E non stupisce infatti, che tutti, soprattutto giovani giornalisti italiani, siano disposti allo spostamento permanente in Albania pur di trovare lo spazio che permetterebbe a loro di mettere in risalto la loro preparazione e le loro facoltà. Ne sono un esempio, Tommaso Mattei e Giorgia Orlandi, giovanni con comprovata esperienza giornalistica, anche internazionale, che hanno lasciato famiglia ( Mattei moglie e figli) per conseguire la loro crescita professionale mettendosi a prova di facoltà a fianco del responsabile della redazione sportiva di Agon Channel al quale, dopo l’abbandono di Caprarica è stato affidato la direzione della redazione News, Giancarlo Padovan, giornalista professionista dal 1982, editorialista, opinionista nonché docente universitario. Nel suo curriculum troviamo anche collaborazioni con il quotidiano “La Repubblica”, “Il corriere della Sera”, “Il Fatto Quotidiano”  ed innumerevoli presenze in autorevoli trasmissioni sportive delle grandi reti italiane.

Visto da fuori, da chi si trova lì solo per documentare, appare tutto molto suggestivo e disorganizzato. Giudicando dal lancio fatto a Milano della rete Agon Italia in tanti hanno immaginato, grazie anche alla presenza di figure come Simona Ventura, che la sede della rete fosse un colosso di immagine. Quella è l’ambizione! Quella è la prospettiva!

Nuovi studi in costruzione che permettano una migliore suddivisione degli spazi tra le omonime reti albanese ed italiana. Nuovi collaboratori chiamati ad offrire la loro preparazione. Una rete logistica in continuo sviluppo, un palinsesto aggiornato, diritti di immagine in trattativa e la costante consapevolezza di poter crescere.

Chiedere oggi, a meno di tre mesi dalla nascita della rete italiana, che Agon sia competitiva ed impeccabile sarebbe non riconoscere il lavoro quotidiano che tutti i giornalisti ed operatori sono chiamati a fare.

Non esiste una pillola magica, niente trucchi e niente miracoli. Esiste la tenacia, la preparazione, l’incentivo che ti porta a migliorare. Osservando le decine di giornalisti italiani concentrati davanti ai loro computer, presi da mille telefonate per cogliere la notizia,organizzando il palinsesto, selezionando le immagini ed i video, si nota come corrono sotto-sopra tra le due redazioni, discutendo con i loro colleghi albanesi su come costruire e migliorare i programmi. Si coglie la loro dedizione e passione per questo progetto che li ha portati oltre mare lasciando famiglia, amici e lavori “fissi”, e dovrebbe insegnarci, aldilà dell’interesse economico di un editore, che l’Italia ha sete di incoraggiamento. Che i costi per la costruzione di una struttura ed il suo mantenimento affaticano e sacrificano la crescita dei nuovi giornalisti.

La maggior parte del pubblico non sa che nello stivale un articolo viene pagato anche solo 5 euro, e tante, troppe volte non viene retribuito affatto. (vedi Vesti da blogger) Il pubblico ignora, e non certo per colpa sua ma per il sistema burocratico, quello tassativo e di favoreggiamento che affligge l’Italia, che tantissimi giovani giornalisti e aspiranti tali all’interno dello stivale non trovano spazio poiché la redazione non si può permettere di pagarli oppure non sono figli di privilegiati.

Si giudica sempre il prodotto finale. La nostra società ce lo ha imposto nel tempo e sempre meno analizziamo il percorso di un prodotto, di una immagine e di un risultato.

Il lavoro di un giornalista, il dare vita ad una rete, la ricerca, l’analisi di un fatto e la certificazione delle fonti, il presentare la notizia al pubblico accolto da uno studio televisivo che trasmetta serietà e ponderazione, non è misurabile e valutabile all’interno dello spazio di una trasmissione televisiva.

Vi è sicuramente bisogno di un allargamento di strutture e di nuove collaborazioni all’interno di Agon. Manca la facoltà di trovarsi sul pezzo con una troupe propria in loco italiano. Sicuramente la logistica chiede accorgimenti, ma Mediaset non nacque quella di oggi, LA7 neanche.

Direi, che per giudicare questo progetto dovremmo aspettare almeno la prossima stagione autunnale quando il quadro delle possibilità e di difficoltà sarà più chiaro. Quando si prenderà atto di ciò che si può fare, che si deve e di ciò a cui bisogna rinunciare.

Per adesso, dopo la mia breve permanenza tra le due redazioni, posso testimoniare la veste di euforia da cui sono pervasi i collaboratori, la chiarezza sull’obbiettivo da raggiungere e gli investimenti in atto per migliorare il lavoro di gruppo.Tutti incentivati sulla crescita professionale e la non meno importante, quella economica.

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