Profughi in provincia. Inserimento non solo accoglienza

    “ Se mi avessero detto che per giungere in Italia avrei dovuto vivere la Libia non sarei mai partito. E se oggi mi dicessero che devo rientrare nel mio Paese, dopo quello che ho vissuto non rientrerei”

A parlare è Ibrahim, 32 anni della Costa d’Avorio. Padre di due bambini che per vivere nel suo villaggio si arrangiava con lavoretti sporadici. E’ partito con destinazione Europa circa un anno e mezzo fa con addosso solo i vestiti. Costa d’Avorio, Burkina Faso, Niger, Libia e poi Lampedusa. Quattro mesi per giungere in Libia dove è stato incarcerato per due settimane. Ha dovuto pagare con il sudore, le lacrime, il dolore la traversata del mare. Ha vissuto la violenza, gli abusi, lo sfruttamento, senza acqua e cibo, ha lavorato per non morire come un topo in quelle celle e si è guadagnato la salita a bordo di un barcone pieno zeppo di centinaia di altri immigrati alla ricerca della vita. “good luck” (buona fortuna).

La sua fortuna lo è stata davvero buona, insieme a quella di altri suoi 3 connazionali, di Adam, un ragazzo maliano, e Suaib senegalese.

Sono giunti in Italia circa un anno fa, sono stati registrati, controllati, medicati ed adesso sono in attesa della regolarizzazione del loro status. Prima Lampedusa, poi Bologna ( un centro del quale evitano di parlare), poi il dormitorio a Parma, e da poco più di un mese sono ospiti alla struttura di “Villa Amadei” di Coenzo, un piccolo paesino legato a Sorbolo in provincia di Parma.

E’ stato il sindaco di Sorbolo, Nicola Cesari, insieme al presidente della Onlus Co’ D’Enza ScS , Boris Donelli a presentarsi negli uffici della prefettura di Parma ed offrire la loro disponibilità ad accogliere questi 6 ragazzi. Forti dell’aiuto inestimabile dei volontari Ambros Laudani che segue i ragazzi passo dopo passo, Irene Ghezzi e Nadia Martelli che insegnano loro l’italiano e l’unico impiegato Filippo Faraguti che copre tutta la parte burocratica, quest’iniziativa è svolta con un unico obiettivo principale: inserire, non solo accogliere.

Secondo quanto previsto per legge infatti, le associazioni hanno l’obbligo di occuparsi dei profughi fino al giorno della loro regolarizzazione. Devono garantire a loro vitto, alloggio, assistenza medica, e linguistica. Ma l’intento della Onlus e dei suoi collaboratori è quello di fare in modo che i lunghi tempi di attesa per le pratiche burocratiche siano sfruttati al massimo perché i ragazzi, una volta liberi di muoversi e di cercare lavoro non si trovino incarcerati nella realtà quotidiana, girovagando in cerca di lavoro, a chiedere l’elemosina, a non gravare sul sistema assistenziale dello Stato, ma che siano inseriti al meglio nel tessuto della società ed abbiano acquisito una professione che possa garantire a loro il mantenimento in Italia.

“Io, – spiega Ibrahim,- ho affidato alla loro madre e zia i miei figli per fuggire dalle mani spietate dei gruppi etnici. Una guerra fra poveri. Ragazzini armati fino ai denti che ti trovi in casa in piena notte. Picchiano e violentano le nostre donne se ci rifiutiamo di combattere con loro una guerra non nostra. Vorrei poter aiutare i miei figli e per farlo devo guadagnare. Se questo vuol dire imparare un mestiere sono pronto a tirarmi su le maniche.”

Ed è a pochi metri dalla struttura dove abitano che Ibrahim, Sualju, Adam e gli altri 3 profughi hanno iniziato ad imparare a fare gli imbianchini, gli spazzini e i piastrellisti. Volontariamente. Sono stati loro ad offrirsi e grazie al loro impegno oggi l’asilo comunale di Coenzo ha preso i colori dell’arcobaleno, il passaggio pedonale è stato sistemato e da settembre i bambini possono viverlo con più serenità e sicurezza.

“In questo periodo in cui tutti offrono soluzioni nette al flusso dei profughi, cercando di evitare l’obbligo imposto per legge di accoglierli nei loro comuni, noi abbiamo voluto investire sull’accoglienza”- ci spiega Nicola Cesari, sindaco di Sorbolo (PD). Vogliamo mandare un messaggio non solo di buon animo alla comunità ma anche di convivenza. I ragazzi vengono coinvolti nella vita sociale della cittadinanza e i nostri cittadini, nonostante qualche titubanza iniziale dovuta alla mala informazione, oggi li conoscono e li hanno accolti come parte di noi.”

Stare fermi in attesa della regolarizzazione non è una loro scelta. Dicono di aver imparato le difficoltà che si incontrano in Italia e di voler rispettare la legge. Ma il futuro sfugge ai tempi della burocrazia. Vorrebbero mischiarsi alla comunità, creare rapporti con la cittadinanza, conoscerla e farsi conoscere. Vorrebbero mostrare la loro volontà di inserirsi nel mondo del lavoro, la loro umiltà, pronti a svolgere qualsiasi mansione purché sia onesta.

“L’Italia è molto diversa, – racconta Adam, 22 anni del Mali. Ho visto realtà molto complesse, persone fiduciose ed altre scoraggiate. Ho parlato con le persone e sono venuto a conoscenza dei loro problemi, tutti diversi, crisi economica, crisi sociale. Ma tutto ciò che voi lamentate per noi è il futuro. Voglio dire, vorremmo avere questi problemi.”

Vorrebbero avere i nostri problemi…

Le storie di questi ragazzi sono tutte uguali. Qualcuno è stato fermo in Libia per qualche mese, qualcuno meno, altri anche un anno. Tutti hanno lasciato alle spalle le loro famiglie con la speranza di unirsi ai loro parenti in Europa. Tutti giovani e quasi tutti non hanno potuto studiare in una scuola statale a parte Suaib, del Senegal, 21 anni. Ha finito il liceo nella sua terra, conosce perfettamente il francese e l’inglese. L’unico a parlare un italiano fluente ma troppo timido per raccontarsi. In Senegal, raccontano i volontari del Onlus era un calciatore professionista. Proviene da una famiglia benestante ma anche lui, come tutti gli altri, nonostante i ceti sociali di provenienza diversi sono fuggiti dalla loro Terra per le stesse ragioni. Hanno pagato oltre 10 stipendi medi di un operaio per poter attraversare il continente. Tutti loro sono stati trattenuti in Libia, tutti hanno lavorato, sono stati maltrattati, non si sono nutriti, hanno osservato le torture, hanno subito la sottomissione nelle carceri libiche. Hanno pagato con la pazienza e la determinazione di andare avanti il loro viaggio verso l’Europa.

E’ un bell’esempio di accoglienza ed inserimento quello della ONLUS Co’ D’Enza di Coenzo.

Con l’appoggio anche del comune di Sorbolo, presto questi ragazzi potranno prendere il volo nella società occidentale. Il sindaco, Cesari, esprime in pieno il proprio sostegno ai volontari ed ai loro progetti, e si spende in prima persona a fare da intermediario tra Calcio Sorbolo e Suaib perché possa continuare a sognare in grande. “Con le dovute assicurazioni- spiega Cesari,- in rispetto alle nostre leggi nazionali, possiamo fare in modo che anche altre strutture e realtà comunali capiscano che accogliere questi ragazzi può essere un vantaggio per tutti”.

Alla Onlus sono stati riconosciuti 30€ al giorno per ogni profugo ospitato, soldi che intanto sta investendo dai propri fondi. Non hanno alcun obbligo di rendicontare quanto speso, (ragion per cui le cronache sono piene del malfunzionamento del sistema). Per questo alla nostra richiesta di un secondo appuntamento tra due mesi per prendere conoscenza delle spese, il presidente Boris Donelli si è impegnato a rendicontare tutto e di mostrarcelo. “Abbiamo un obbligo sociale – dice-, e vorrei avvicinare la comunità di Coenzo e Sorbolo a questo progetto, perciò la rendicontazione, nonostante non sia richiesta per legge sarà fatta in modo scrupoloso”

Dopo i grandi scandali di Mafia Capitale, ed ‘i piccoli’ in giro per l’Italia il volontariato e la determinazione di questa struttura ha molta strada da fare e pregiudizi da affrontare.

pubblicato su http://www.shqiptariiitalise.com

Un viaggio

 

Non so neanche cosa portarmi dietro, sicuramente la borsetta con i prodotti personali, un paio di scarpe comode, -quelle eleganti potrebbero non servire ma, se invece sì? Allora, sicuramente due paia di scarpe.

Avrò bisogno cambiarmi i vestiti, e quindi, quanti ne porto con me? Difficile deciderlo se non so neanche quanto starò via.
E poi, dove vado? Non conosco neanche la destinazione… Ma si, che importa! Farò finta di riuscire a viaggiare a lungo. Porterò abiti, magliette, pantaloni, magari anche i cappellini, metterò nella borsa persino la crema protettiva per le giornate al mare. Sì, sì…anche un paio di infradito, e poi un accappatoio, una borsa di paglia, e per sicurezza anche le scarpe da montagna, l’immancabile jeans, la camicia leggera ed ancora, il Tablet, lo Smartphone, ed anche il portatile,- capita sempre di trovarsi senza rete o batteria proprio quando più ne hai bisogno….
Ma,…con cosa viaggio?
In macchina? In aereo? Con la nave?
E poi, perché questo bisogno di viaggiare?
Per passione!
Quella riconosciuta come dolore ed anche quella che i poeti amano associare all’amore.
Allora, la lista solo iniziata delle cose da mettere in valigia è indifferente. Se viaggio per me, ho bisogno solo di un biglietto del treno -adoro il rumore delle rotaie sul ferrovia-. Un biglietto aperto, senza data stabilita di rientro. Un viaggio che possa attraversare monti e campagne, città e paesini, culture e tradizioni. Vorrei osservarli dal finestrino nel silenzio del vagone, tra le goccia della pioggia che si appoggiano sul vetro.

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E poi ancora il gregge al pascolo e la frenesia di chi corre a lavorare. I piccoli nel prato ed altri nelle giostre più alte. Chi gradisce il thè per colazione e chi del caffè non ne ha mai abbastanza. Tutto ed anche più di quanto io conosca, vorrei incontrare nel mio lento viaggio. Vorrei avere il tempo di assaporare i profumi, legare a me le sensazioni, incastrare negli occhi quelle immagini. Trovarmi in quei luoghi, tra quelle persone, la natura e l’industria senza uscire mai dalla cabina, senza inquinare le loro vite, senza lasciar tracce di me. Ma vorrei i segni di tutto nella mia mente.
Ho bisogno solo di un libro, copertina verde,- adoro questo colore,- rigida e resistente all’acqua, ed anche agli scarichi nervosi di chi se la prende con se stesso infierendo su ciò che ama. Un libro con bianchi fogli a grandezza tascabile. In quel viaggio vorrei raccontarmi con penna indelebile. Potrebbero non bastare le pagine oppure rimanere intatte. Ma io conosco già il titolo, devo solo trovare il coraggio di prendere il treno

Le vongole di Salvini ed i suoi fratelli profughi.

Non occorre essere conoscitori impeccabili dei politici italiani per essere a conoscenza delle idee di Matteo Salvini, il Segretario del partito Lega Nord. Chiunque abbia semplicemente giocato con il telecomando della propria televisione, tra un canale ed altro, si sarà obbligatoriamente imbattuto con l’immagine di Salvini ed avrà sentito ciò che lui, da oramai due anni, predica durante le sue presenze.

Bene, non ultima, ma sicuramente degna della nostalgica trasmissione “La sai l’ultima?”, è la sua contrarietà per la decisione della Commissione dell’Unione Europea riguardante il limite di misura per una vongola perché possa essere pescata.

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Secondo l’UE infatti, una vongola non potrà essere pescata se misura meno di 2,5 centimetri. La decisione viene spiegata perché, raggiunta tale misura massima il mollusco si può definire adulto e già riprodotto. Pescandolo più giovane invece, significherebbe alzare il rischio di vederne sempre meno nei nostri mari. Questo è chiaramente un limite che vedrà impegnarsi i pescatori italiani ad una attentissima vigilanza sul pescato. In caso di disattesa della norma, la Commissione ha previsto delle pene penali e pecuniarie fino a 4 mila euro.

Va detto però, che il limite di misura imposto dall’UE è largamente restrittivo sicché le vongole raggiungono la riproduzione già a misura di 2 centimetri. Altri Paesi, come la Turchia, non facenti parte della Unione Europea, ma che godono degli accordi di libero scambio, portano al nostro mercato molluschi anche di 1.7 cm. Questa norma era collocata nel sistema normativo italiano già negli anni ’60 ed è stata ripresa con lungimiranza dall’Unione Europea. Italia aveva anche previsto una tolleranza del 10% sulla pezzatura (classificazione secondo misure stabilite) della vongola. Cosi, questa ricchezza poteva essere pescata anche di soli 2.3 centimetri.

”La goccia che ha fatto traboccare il vaso, – spiega la Federcooppesca, – è il Regolamento comunitario dei controlli che ha intensificato l’azione delle forze dell’ordine creando cosi problemi alle imprese che devono pagare costi salati anche a fronte di quantitativi minimi di pescato sotto taglia del tutto accidentali” (fonte Ansa). Cosi, Salvini e Lega Nord hanno fatto loro la battaglia di migliaia di pescatori.

Alla luce di tutto questo trambusto – legittimo – vien da domandare al segretario della Lega Nord, dove si trovava prima che questa norma ITALIANA venisse ripresa dall’Unione Europea? Sono oramai cinquant’anni che i pescatori dei nostri mari ne erano a conoscenza. E da quanto si evince dalle dichiarazioni fatte all’agenzia Ansa da parte della Federcooppesca, il timore dei pescatori è concentrato più sui controlli previsti dalla norma europea che sulla salvaguardia della nostra acquacoltura.

Pare chiaro che, per coerenza con la sostenibilità della natura e la valorizzazione dei prodotti offerti ai cittadini, la battaglia andrebbe semmai svolta verso altri obiettivi ossia, quello di incentivare il consumo dei prodotti europei garantiti nella qualità grazie ai serrati controlli e senza rischi per le generazioni future di trovarsi con mari svuotati da questi molluschi.

Ma non saremo neanche a parlare di Salvini se le sue battaglie offrissero prospettive di lungo periodo di crescita e di garanzie.

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Il Segretario infatti, è noto ai più, per essere un bravissimo scavalcatone. Le onde che riesce a prendere sono minacciose, discontinue, inaffrontabili con una semplice tavola da surf ma, lui riesce a farsi sostenere da migliaia e migliaia di persone stesi a schiena in giù al mare, concedendo a Salvini di stuzzicare le loro pance. Lui parla anche di sicurezza, di immigrazione e di NON integrazione. Riesce con naturalezza inserire in quest’ordine e nella stessa frase, tre fenomeni diversi tra di loro e che se sviluppati nel modo corretto nessuno dipenderebbe dall’altro. Lui sfugge alle sue responsabilità e grida al ladro alla solo vista del colore della pelle, della provenienza non comunitaria, – eccezion fatta per i romeni ed i rom,- e chiede con forza la definizione dei confini nazionali.

Dimentica, – probabilmente dovuta ad una malattia rara, perché l’età giovanissima non può giustificare tale mancanza,- che i confini in Europa esistono e sono difesi da tutti gli stati membri dell’UE. Lui scavalca (vedi sù) l’onda del terrorismo, quello della massa dei profughi che scappano dalle loro terre per salvaguardare la vita propria e dei figli. Urla allo scandalo dei 30 euro per ogni rifugiato, –meno adesso che la mafia capitale ha messo inevidenza i veri criminali.– Accusa i migliaia di mussulmani in Italia di essere molto probabilmente degli sgozzatori e mette nella stessa casseruola di brodo lercio, i milioni di immigrati che producono ricchezza allo stato italiano per ben 11% di PIL, con quella minima e fisiologica parte di criminali.

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Li andrebbe forse ricordato che la baby pensionata, Lady Bossi, non potrebbe vedersi stanziata la pensione senza il contributo degli immigrati. Li andrebbe anche ricordato che, Trotta e fratello, con il loro QI e/o preparazione professionale, non sarebbero andati da nessuna parte se non fosse stato per 4 milioni di cui vengono processati per appropriazione indebita ai danni dallo Stato.

Beh, Stato signor Salvini sono anche gli immigrati che contribuiscono giornalmente a mantenerlo sano.

E’ forse, necessario ricordarli Belsito od il suo amato Umberto insieme alla ristrutturazione della casa a spese dei contribuenti?

E per rimanere in tema immigrazione, e soprattutto quella degli ultimi anni, bisognerebbe battere i pugni di memoria di come quei Stati, da dove fuggono terrorizzati i profughi, siano stati colpiti, armati, distrutti politicamente ed alimentati di odio proprio dalle politiche degli stati occidentali in espansione ed insaziabili di ricchezza. Oppure, l’autodefinito “difensore delle radici cristiane europee” crede davvero che le colonizzazioni da noi fatte non abbiamo lasciato segni in quei luoghi? Realmente lei ritiene di pulirsi la coscienza –  come la sua adorata Le Pen, (dichiarazione di ieri a “Dì martedì”, LA7), dicendo ,ebbene, i tunisini ed amici hanno combattuto per la libertà contro le occupazioni, adesso se la tenessero fuori dai cog..ni ops, confini?

E c’è una cosa su tutte che non riesco a spiegarmi: Come fa a chiamare fratelli i profughi che scappano, appunto da situazioni dramatiche, e nel contempo urlare con forza e pretenziosità al terrorismo proveniente da quei posti? Mette nella stessa frase amore e odio. Prima fa il buono, -come se una luce la avesse illuminata,- e subito dopo carica gli animi degli italiani di odio e disprezzo. Facendo passare dei sopravvissuti, nullatenenti, disperati, cristiani e mussulmani come degli invasori feroci. Come soggetti dotati di machiavelliche menti che per conquistare e sottomettere l’Europa, hanno persino bruciato le loro terre, attraversato mari per settimane, rischiato di vedere morire i propri figli, e tutto questo, collaborando con lo stesso occidente che li ha forniti i viveri della guerra.

Al partito ed ai tifosi di Lega Nord, sono serviti più di trent’anni per riconoscere uno delle fondamentali voci della Costituzione Italiana:

L’Italia è unica ed indivisibile. Altre tanto ci hanno messo per  accorgersi che l’attuale norma europea, sul limite massimo della pezzatura delle vongole, faceva parte del sistema normativo italiano da più di cinquant’anni e da lì ha preso ispirazione.

Sono dovuti passare per vilipendi, napoletani puzzolenti, il sud criminale, la Roma ladrona, terroni feci, e ultima Vaffa.. alla Corte Costituzionale.

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Siamo certi che sia questo modo di comunicare, terrorizzare, offendere, rubare quel che si chiama, al servizio dello Stato?

Charlie Hebdo. “Islam si dissoci”! Da cosa? … e quel silenzio che non aiuta…

Da più esponenti politici ed anche di primo piano del mondo cattolico viene chiesto alla comunità mussulmana di dissociarsi dai terribili fatti accaduti il 7 gennaio scorso a Parigi. Nel cuore dell’Europa democratica e libera hanno perso la vita dodici innocenti, dodici cari che muoiono massacrati per mano di criminali, infedeli che giustificano le loro azioni in nome di un Dio che appartiene a milioni di altri che con questi fatti non hanno nulla a che fare.

Dissociarsi significa aver prima fatto parte di un gruppo, di un credo, aver condiviso gli ideali e gli obiettivi. Dissociarsi vuol dire non voler più fare parte di quel gruppo, di quel credo, di non condividere più gli ideali e gli obiettivi.

Mi chiedo allora:  Perché invece di chiedere alla comunità mussulmana di dissociarsi non le viene offerta la solidarietà per come quei terroristi hanno tentato di rappresentarla usando il nome di Allah? Siamo sicuri che le vittime durante quei attentati siano solo i dodici cittadini innocenti francesi? Siamo certi che quella violenza non abbia ferito anche l’intera comunità mussulmana che ogni giorno convive in collaborazione e condivisione dei principi di civiltà, libertà e democrazia?

Vedo una scena surreale: I credenti mussulmani che si sistemano alla finestra osservando il campo da calcio dove altri hanno dato vita ad una competizione tra fedi e mettono in discussione la  civiltà. Una partita giocata da chi crede che la sua fede sia moderata e giusta contro gli ultras dell’altra fede.Estremisti in rappresentanza di un credo che appartiene ad altri milioni in giro per il mondo ma che rimangono in attesa che l’arbitro –  il pubblico – comprenda che non è una partita alla pari. Che non si possono mettere in concorrenza di lealtà, di principio di libertà, civiltà e pace due fedi che insieme ripudiano la violenza e predicano in egual misura il rispetto per il prossimo. Ma, ciò che più stupisce è che a rappresentare sul campo da gioco la fede mussulmana sono stati chiamati dai cosi autoproclamati “difensori dell’Europa cristiana” gli estremisti, i terroristi, gli infedeli che usano il nome di Allah ma che non rispecchiano in alcun modo i fedeli dell’Islam.

Chiedo alla comunità islamica moderata, – dichiara Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana – di dissociarsi da quei atti del 7 gennaio scorso”

“L’islam non è una religione come tutte le altre.” – rafforza il pensiero l’illuminato Salvini, presidente del partito Lega Nord – “Nei pianerottoli di casa nostra cè sempre un mussulmano pronto a sgozzarci” – conclude terrorizzando i cittadini ed accusando di crimini inenarrabili l’intera comunità mussulmana sostenuto dal silenzio di quest’ultima.

E’ ovvio però, che in tempi di una comunicazione spicciola, fatta di frasi d’effetto e senza proposte costruttive e risolutive, se la comunità mussulmana rimane in silenzio lasciando che venga fatto il confronto estremisti (islam) ed Europa  è inutile che dopo si stupisca se la accusano di giocare sporco. Aggrappata, forse, alla speranza che il pubblico – europeo/italiano – impari a conoscere il suo credo, questa comunità non si sta facendo un favore e non lo sta facendo neanche all’Europa.

L’Islam è molto lontano dalla cultura europea, è lontano per storia e geografia. E’ un mondo che richiede impegno, approfondimento e comprensione. Non è il contrario di ciò che l’Europa è ma è sconosciuto e spesso mal interpretato. Perciò, occorrerebbe che chi pratica la fede e chi si è dedicato ad andare oltre le frasi fatte si avvicini al popolo ed esprima la posizione dei mussulmani.

Chi conosce il Corano sa bene che la religione mussulmana è basata sul principio della pace. Che il ripudio della violenza è uno dei suoi punti cardine. Eppure, in troppi hanno colto con “entusiasmo” i fatti del 7 gennaio scorso e si sono lanciati alla caccia al voto scagliando appelli ed accuse, più o meno velate, dando cosi un’immagine dei fedeli della religione mussulmana come prossimi sgozzini.

La comunità mussulmana dovrebbe smetterla di stare in silenzio, di voler lasciar il tempo a dare le risposte. Dovrebbe attivarsi per farsi conoscere ed aprire le porte al mondo. Le televisioni, i giornali e socialnetworks sono zeppi di personaggi che la giudicano, la accusano ed invitano altri a prendere le distanze da loro. Ritenere di non dover immischiarsi con questo modo di comunicazione non la renderà più amata agli occhi di Dio, non la renderà superiore agli estremisti politici che nella passività comunicativa dei mussulmani vedono l’assenso delle loro accuse.

Ma voi no, voi…

Vi cucite le bocche e lasciate che altri vi lancino accuse di terrorismo e di alimentare odio dietro a dei richiami che non servono ad altro se non a dare un’immagine di voi come dei criminali. Come se, il difendere il proprio credo sia di per sé un crimine. Come se, pretendere il rispetto per la vostra anima religiosa macchi le vostre mani del sangue degli innocenti di Parigi.

Avete già espresso il vostro dolore per le famiglie delle vittime. Avete dato la vostra solidarietà totale alla Francia ed ai suoi cittadini cresciuti nel senso della libertà di espressione e di democrazia. Non temete allora di ricordare al mondo le parole di qualcuno che conosce molto meglio e ne ha apprezzato l’opera, Marthin Luther King.

“La mia libertà finisce là dove prende inizio la vostra”.

Ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero in modo civile e di ricevere pensieri contrastanti al suo in egual modo. Il 7 gennaio è stato progettato da dei infedeli, criminali, organizzazioni terroristiche che nulla hanno a che fare con il credo. Hanno portato via dalle famiglie ed i loro cari dodici innocenti che avevano il diritto di esprimere il loro pensiero, di fare caricature ed ironizzare su tutto ciò potessero. Ciò non toglie, che quelle vignette erano offensive per voi e per il vostro credo, come lo sono stati per i cattolici ed il papà le precedenti. Non dovreste intimidirvi a sostenere le vostre posizioni. Dovreste invece, spiegare al mondo che nei secoli i mussulmani non hanno mai dato una immagine ad Allah e Muhammad (Maometto) perché lo ritengono offensivo paragonarli e rappresentarli da uomini. E quando vengono raffigurati in una caricatura per voi raggiunge la blasfemia.  Insegnate al mondo che il terrorismo non ha fede. Che la vita d’altri non si può negare. Che la violenza non ammessa nella vostra religione e che l’uomo è subdolo, è operatore del suo male e delle sue paure. E che voi nonostante non condivideste quelle pagine condannate ogni crimine.Perché di questo si tratta.

Di criminali che interpretano il vostro credo e usano il nome del vostro Dio per azioni ripudiati dalla vostra fede.

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