Profughi in provincia. Inserimento non solo accoglienza

    “ Se mi avessero detto che per giungere in Italia avrei dovuto vivere la Libia non sarei mai partito. E se oggi mi dicessero che devo rientrare nel mio Paese, dopo quello che ho vissuto non rientrerei”

A parlare è Ibrahim, 32 anni della Costa d’Avorio. Padre di due bambini che per vivere nel suo villaggio si arrangiava con lavoretti sporadici. E’ partito con destinazione Europa circa un anno e mezzo fa con addosso solo i vestiti. Costa d’Avorio, Burkina Faso, Niger, Libia e poi Lampedusa. Quattro mesi per giungere in Libia dove è stato incarcerato per due settimane. Ha dovuto pagare con il sudore, le lacrime, il dolore la traversata del mare. Ha vissuto la violenza, gli abusi, lo sfruttamento, senza acqua e cibo, ha lavorato per non morire come un topo in quelle celle e si è guadagnato la salita a bordo di un barcone pieno zeppo di centinaia di altri immigrati alla ricerca della vita. “good luck” (buona fortuna).

La sua fortuna lo è stata davvero buona, insieme a quella di altri suoi 3 connazionali, di Adam, un ragazzo maliano, e Suaib senegalese.

Sono giunti in Italia circa un anno fa, sono stati registrati, controllati, medicati ed adesso sono in attesa della regolarizzazione del loro status. Prima Lampedusa, poi Bologna ( un centro del quale evitano di parlare), poi il dormitorio a Parma, e da poco più di un mese sono ospiti alla struttura di “Villa Amadei” di Coenzo, un piccolo paesino legato a Sorbolo in provincia di Parma.

E’ stato il sindaco di Sorbolo, Nicola Cesari, insieme al presidente della Onlus Co’ D’Enza ScS , Boris Donelli a presentarsi negli uffici della prefettura di Parma ed offrire la loro disponibilità ad accogliere questi 6 ragazzi. Forti dell’aiuto inestimabile dei volontari Ambros Laudani che segue i ragazzi passo dopo passo, Irene Ghezzi e Nadia Martelli che insegnano loro l’italiano e l’unico impiegato Filippo Faraguti che copre tutta la parte burocratica, quest’iniziativa è svolta con un unico obiettivo principale: inserire, non solo accogliere.

Secondo quanto previsto per legge infatti, le associazioni hanno l’obbligo di occuparsi dei profughi fino al giorno della loro regolarizzazione. Devono garantire a loro vitto, alloggio, assistenza medica, e linguistica. Ma l’intento della Onlus e dei suoi collaboratori è quello di fare in modo che i lunghi tempi di attesa per le pratiche burocratiche siano sfruttati al massimo perché i ragazzi, una volta liberi di muoversi e di cercare lavoro non si trovino incarcerati nella realtà quotidiana, girovagando in cerca di lavoro, a chiedere l’elemosina, a non gravare sul sistema assistenziale dello Stato, ma che siano inseriti al meglio nel tessuto della società ed abbiano acquisito una professione che possa garantire a loro il mantenimento in Italia.

“Io, – spiega Ibrahim,- ho affidato alla loro madre e zia i miei figli per fuggire dalle mani spietate dei gruppi etnici. Una guerra fra poveri. Ragazzini armati fino ai denti che ti trovi in casa in piena notte. Picchiano e violentano le nostre donne se ci rifiutiamo di combattere con loro una guerra non nostra. Vorrei poter aiutare i miei figli e per farlo devo guadagnare. Se questo vuol dire imparare un mestiere sono pronto a tirarmi su le maniche.”

Ed è a pochi metri dalla struttura dove abitano che Ibrahim, Sualju, Adam e gli altri 3 profughi hanno iniziato ad imparare a fare gli imbianchini, gli spazzini e i piastrellisti. Volontariamente. Sono stati loro ad offrirsi e grazie al loro impegno oggi l’asilo comunale di Coenzo ha preso i colori dell’arcobaleno, il passaggio pedonale è stato sistemato e da settembre i bambini possono viverlo con più serenità e sicurezza.

“In questo periodo in cui tutti offrono soluzioni nette al flusso dei profughi, cercando di evitare l’obbligo imposto per legge di accoglierli nei loro comuni, noi abbiamo voluto investire sull’accoglienza”- ci spiega Nicola Cesari, sindaco di Sorbolo (PD). Vogliamo mandare un messaggio non solo di buon animo alla comunità ma anche di convivenza. I ragazzi vengono coinvolti nella vita sociale della cittadinanza e i nostri cittadini, nonostante qualche titubanza iniziale dovuta alla mala informazione, oggi li conoscono e li hanno accolti come parte di noi.”

Stare fermi in attesa della regolarizzazione non è una loro scelta. Dicono di aver imparato le difficoltà che si incontrano in Italia e di voler rispettare la legge. Ma il futuro sfugge ai tempi della burocrazia. Vorrebbero mischiarsi alla comunità, creare rapporti con la cittadinanza, conoscerla e farsi conoscere. Vorrebbero mostrare la loro volontà di inserirsi nel mondo del lavoro, la loro umiltà, pronti a svolgere qualsiasi mansione purché sia onesta.

“L’Italia è molto diversa, – racconta Adam, 22 anni del Mali. Ho visto realtà molto complesse, persone fiduciose ed altre scoraggiate. Ho parlato con le persone e sono venuto a conoscenza dei loro problemi, tutti diversi, crisi economica, crisi sociale. Ma tutto ciò che voi lamentate per noi è il futuro. Voglio dire, vorremmo avere questi problemi.”

Vorrebbero avere i nostri problemi…

Le storie di questi ragazzi sono tutte uguali. Qualcuno è stato fermo in Libia per qualche mese, qualcuno meno, altri anche un anno. Tutti hanno lasciato alle spalle le loro famiglie con la speranza di unirsi ai loro parenti in Europa. Tutti giovani e quasi tutti non hanno potuto studiare in una scuola statale a parte Suaib, del Senegal, 21 anni. Ha finito il liceo nella sua terra, conosce perfettamente il francese e l’inglese. L’unico a parlare un italiano fluente ma troppo timido per raccontarsi. In Senegal, raccontano i volontari del Onlus era un calciatore professionista. Proviene da una famiglia benestante ma anche lui, come tutti gli altri, nonostante i ceti sociali di provenienza diversi sono fuggiti dalla loro Terra per le stesse ragioni. Hanno pagato oltre 10 stipendi medi di un operaio per poter attraversare il continente. Tutti loro sono stati trattenuti in Libia, tutti hanno lavorato, sono stati maltrattati, non si sono nutriti, hanno osservato le torture, hanno subito la sottomissione nelle carceri libiche. Hanno pagato con la pazienza e la determinazione di andare avanti il loro viaggio verso l’Europa.

E’ un bell’esempio di accoglienza ed inserimento quello della ONLUS Co’ D’Enza di Coenzo.

Con l’appoggio anche del comune di Sorbolo, presto questi ragazzi potranno prendere il volo nella società occidentale. Il sindaco, Cesari, esprime in pieno il proprio sostegno ai volontari ed ai loro progetti, e si spende in prima persona a fare da intermediario tra Calcio Sorbolo e Suaib perché possa continuare a sognare in grande. “Con le dovute assicurazioni- spiega Cesari,- in rispetto alle nostre leggi nazionali, possiamo fare in modo che anche altre strutture e realtà comunali capiscano che accogliere questi ragazzi può essere un vantaggio per tutti”.

Alla Onlus sono stati riconosciuti 30€ al giorno per ogni profugo ospitato, soldi che intanto sta investendo dai propri fondi. Non hanno alcun obbligo di rendicontare quanto speso, (ragion per cui le cronache sono piene del malfunzionamento del sistema). Per questo alla nostra richiesta di un secondo appuntamento tra due mesi per prendere conoscenza delle spese, il presidente Boris Donelli si è impegnato a rendicontare tutto e di mostrarcelo. “Abbiamo un obbligo sociale – dice-, e vorrei avvicinare la comunità di Coenzo e Sorbolo a questo progetto, perciò la rendicontazione, nonostante non sia richiesta per legge sarà fatta in modo scrupoloso”

Dopo i grandi scandali di Mafia Capitale, ed ‘i piccoli’ in giro per l’Italia il volontariato e la determinazione di questa struttura ha molta strada da fare e pregiudizi da affrontare.

pubblicato su http://www.shqiptariiitalise.com

Barzelletta. Oltre il mare

Ho preso tempo, tanto tempo prima di scrivere questo pezzo. L’unico vero pensiero che mi accompagnava durante la lunga riflessione era quello di riuscire ad essere obiettiva, raccontare i fatti, non eccedere da nessuna parte. E’ una storia come migliaia di altre, è una storia che nessuno legge. Quelle realtà che ignoriamo volutamente perché complesse, perché lontane, perché la pigrizia ci accoglie ogni volta che non si parla di noi.

Eppure, di noi si parla, perché noi abbiamo fatto in modo che si giungesse fin qui. La nostra supremazia, la nostra fame di ricchezza, il nostro ritenerci invincibili, la nostra negligenza, il nostro credo che le distanze non si accorcino mai, che ciò che l’occhio non vede non duole al cuore. Noi, semplicemente noi, che ammiriamo la bellezza della natura solo quando ci si può fruttare con essa, noi che siamo amici di tutti se quell’amicizia ci porta guadagno, noi che anche quando diciamo di aiutare lo facciamo per sentirci dire grazie o per riservarci di fare dei beni altrui un pò quel che ci pare.

E’ una storia che parla di noi, ma a noi non piace. Perché adesso richiede impegno, fatica, investimento, umiltà, pagare pegno, richiede l’altra faccia della medaglia, quella che abbiamo venduto nei secoli ma che adesso è ora di tirare fuori per davvero, l’umanità.

La voglio raccontare come una barzelletta, – sperando che chi è pigro si faccia prendere un po’ di più.

“C’erano quattro ivoriani, un senegalese ed un maliano. Tutti giovani belli e prestanti. Di religione mussulmana. Ibrahim, il più grande di tutti (32 anni) aveva due figli, poi c’era Sualju, ivoriano anch’esso padre di un bambino di 3 anni, gli altri due della Costa d’Avorio erano ragazzi di 21 anni, schivi ed un po imbronciati. Il senegalese si chiamava Suaib, 20 anni, il ragazzo maliano invece si chiamava Adam, 21 anni.

Ok, vi siete già persi, ma non preoccupatevi, non è importante ricordare i loro nomi. Tornando alla barzelletta:

Ibrahim si sveglia una bella mattina ed osservando le meraviglie e la tranquillità che gli offre il suo villaggio decide di non andare a lavorare (costruttore edile). Osservando i gruppetti di ragazzini che giocavano intorno la sua casa gli venne l’idea di incamminarsi verso la Burkina Faso. Voleva tornare bambino ancora e perciò doveva dare seguito ad un capriccio, non si era mai allontanato dal villaggio, quel giorno lo avrebbe fatto! Cosi, senza salutare nessuno, sicuro che i figli erano con la loro madre e la zia iniziò il suo viaggio turistico. Pian piano, piccoli passi alla volta, con in mente solo l’eccitazione della sua marachella ritardata si trova in ben che non si dica a Burkina Faso, uno Stato democratico, sereno, ricchissimo, con gente accogliente e soddisfatta della proprio vita. Donne stupende che passeggiano nei villaggi, uomini amiconi di tutti ed un ordine sociale da fare invidia anche alle migliori democrazie. Lì, fa amicizia subito, e tanti di loro gli spiegano che ciò che hanno è nulla in confronto a quello che offre il Niger. Ibrahim era incredulo, ed avendo assaggiato quei momenti cosi pieni di vita era intenzionato a scoprire di più. Con il cuore sereno riguardo ai figli che aveva lasciato nel suo villaggio, riprende il cammino verso il Niger. Credeva di sognare, le strade erano tutte asfaltate, illuminate, le persone che incontrava gli offrivano da mangiare, lo dissetavano, lo accoglievano nelle loro ville e lo lasciavano rinfrescarsi nelle loro piscine private. Aveva attraversato due Stati e la sua Africa non l’aveva delusa, tutto ciò che aveva in casa sua lo trovava anche nel suo viaggio . Il Niger era splendido, gli alberi ed il deserto che convivevano serenamente, le docce a cielo aperto, i parchi giochi pieni zeppi di bambini, le case colorate, le sagre di paese, le macchine lussuose, le catene d’abbigliamento sovraffollate di clienti, la cucina gustosa e piena di varietà succose, i locali notturni, gli amanti su una poltrona, le amiche sui sgabelli, i drink favolosi. Predominava una serenità che ti travolgeva. Ibrahim se ne è innamorato letteralmente di quel Paese. Ma, come ogni adulto tornato bambino doveva portare fino in fondo il suo capriccio prima che fosse troppo tardi per ritornare in Costa d’Avorio. Cosi, riprese il cammino verso la Libia. Questo magico Paese dove regna la serenità. Ne aveva sentito parlare dai suoi amici che avevano dato vita ai loro sogni da bambini prima di lui, ma ciò che stava vivendo in prima persona Ibrahim non poteva essere raccontato, non si trovano aggettivi per descrivere la bellezza di quella realtà, non esiste un vocabolario degno di raccontare quella meraviglia. Si sentiva come se stesse vivendo la vita di un Re nelle favole che sua madre le raccontava da bambino. Ovunque girasse per quel Paese l’arcobaleno che rivestiva le case, le insegne dei negozi, i sorrisi delle persone, il silenzio nelle strade, la gioia dei ragazzini all’uscita dalla scuola, quella dei fidanzatini all’angolo della strada, ogni piccolo particolare, ovunque lui poggiasse lo sguardo era colorato, era magistrale. Non poté credere a ciò che stava vivendo, le emozioni tanto forti che gli stavano attraversando il petto. Decise di fermarsi più allungo in Libia, decise di lavorare in Libia, di tirare su una casa in Libia, di essere Ibrahim libico. Avrebbe chiamato a sé anche la sua famiglia. Il suo villaggio era splendido ma la Libia, Libia era tutt’altra cosa, era insuperabile in confronto e tutti i suoi cari avrebbero dovuto viverla. Cosi fece. Non riusci a fare il costruttore edile come in Costa d’Avorio ma si accontento di lavorare per una famiglia benestante, fare le loro le faccende di casa, la spesa, sistemare i cancelli, piccoli lavori di muratura, e qualche volta rappresentarli negli uffici. Era l’uomo di fiducia. In cambio gli davano vitto alloggio ed una lauta paga per potersi permettere di comprare la villetta rossa che aveva visto in fondo al viale principale dove sistemare la sua famiglia una volta ricongiunti.

Le comunicazioni fitte con i parenti l’ho avevano informato di altri ivoriani residenti in Libia, cosi si era fatto avanti nelle associazioni culturali che li rappresentavano ed aveva fatto amicizia, tra tutti anche Sualju. Erano entrambi felici di aver assecondato quel bambino che era in loro ed aver scoperto il vero paradiso terreste. Si riunivano ogni sera dopo lavoro a raccontare i propri progetti, i desideri da realizzare ancora,le case che avrebbero comprato, le macchine che avrebbero guidato, le scuole dove avrebbero mandato i loro figli, le uscite galanti con le rispettive moglie, il cielo, sì, il cielo che si poteva toccare con un dito.

Sualju si trovava in Libia da oltre un anno e nonostante tutto quel tempo non riusciva a non essere entusiasta della vita che stava facendo e che da lì a poco avrebbe garantito anche al suo figlio di 3 anni. Era contagioso, ed Ibrahim ne era catturato. Oramai erano fratelli.

Cosi, un bel giorno,incontrandosi al solito bar, alla solita ora dopo il lavoro per parlare del solito sogno che stavano vivendo, incontrarono un solito felice libico che gli racconta una insolita storia. Quella dell’Italia. Il Paese oltre il mare, l’Europa. Il ragazzo libico era comandante delle navi da crociera del più grande gruppo del Paese ed aveva un archivio di storie da raccontare che quella notte lascio lo spazio all’alba senza che Ibrahim e Sualju se ne accorgessero. Drink dopo drink, sigaretta dopo sigaretta scoprirono un mondo distante poche miglia che stava soffrendo di fame, bruciato dalle guerre, distrutte dall’odio, sottomesso al potere dittatoriale. Donne insofferenti, bambini affamati, strade inesistenti. Gruppi etnici armati e spietati. Un D-io macchiato, offeso, usato, denigrato. Bambine vendute, piccoli soldati, vecchie massacrate, anziani sgozzati, ragazzine stuprate davanti agli occhi dei genitori, abiti lerci, acqua infetta, piante malate.

Come era possibile? A poche miglia da lì, a poche ore di navigazione, da una parte il paradiso, dall’altro l’inferno. Il mare, il limbo.

Erano increduli! Talmente increduli che diedero la colpa ai drink del comandante. Quelle erano storie raccapriccianti. Perché mai, persone uguali a loro, ai libici, maliani, kenioti, ivoriani, africani, dovrebbero vivere in quelle condizioni sapendo che si può avere di più. Si può essere liberi, si può lavorare, si può esprimere il proprio parere impedendo all’anarchia di avanzare, si possono tutelare i propri figli, difendere le proprie madri, la propria moglie, le proprie case. A poche miglia di distanza si è umani, si ha dignità, si vive!

Il giorno dopo tornano al bar decisi di non permettere all’alcool di dare loro alla testa, ma anche curiosi di capire se il comandante della nave da crociera fosse sobrio nel raccontare, se quelle storie erano vere, se quegli uomini, donne, bambine, bambini, vecchie e vecchi esistevano veramente, respiravano in questo mondo veramente, sopravvivevano a quell’inferno veramente.

Il comandante non si fecce pregare, ordino giusto un caffè ed una volta mandato giù gli chiese di seguirlo. Si diresse verso il porto navale, li invito a salire sulla sua immensa nave da crociera chiamata “Hope”, alta dodici piani, lunga quanto quattro campi da calcio e larga un quartiere intero. Salirono a bordo, ed attesero l’orario di partenza per la crociera. Ammazzarono il tempo bevendo tè e fumando sulla prua. Il mare era calmo tanto da sembrare uno specchio. I motori della nave sembravano gli facessero male e poi il tempo di andare avanti e la distesa di tranquillità marina si ripresentava. Veniva voglia di tuffarsi, ma il pensiero di ciò che avrebbero potuto vedere nelle coste d’Europa li tenne incollati alle poltrone. Ma si dimenticarono presto della destinazione, iniziarono a girovagare per la nave, fecero amicizia con i turisti, seguirono lo spettacolo al quarto piano, poi scendettero in discoteca al secondo, poi si tuffarono nella piscina del dodicesimo, e poi ancora il piano bar, il karaoke, la gelateria, il sushi, il ristorante indiano,un pò di spesa nella galleria shopping e tutto ad un tratto, il comandante annuncia l’inchino a Lampedusa.

Alzarono gli occhi sugli oblo, mandarono giù la saliva a fatica, immobilizzati, silenzi tuonanti, braccia pesanti, ginocchia doloranti…osservarono come il mare può sparire sotto ai corpi degli disperati…”

Non sono mai stata brava a raccontare le barzellette, e francamente in questa non ci trovo nulla da ridere. Mi auguro vi sia piaciuta lo stesso. E se vi chiedeste che fino hanno fatto gli altri due ivoriani, il senegalese ed il maliano, beh, erano turisti sulla nave.

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Piccoli passi di diritti.

Sono sempre molto aggiornata sul tema immigrazione e quella dell’integrazione. Ammetto però, che mi è sfuggita una notizia importantissima che va a favore di una società integrata, che riconosce diritti e doveri ai suoi cittadini che investono le loro vite, le loro capacità e passioni in questo Stivale meraviglioso. Piccoli passi alla conquista di un diritto, quello della cittadinanza, per chi da sempre è italiano. Dalla nascita, alla sua lingua, alla sua istruzione e dedizione per la Patria.

L’ho appresa leggendo Marco Pacciotti, Coordinatore del Forum Immigrazione PD. Con una nota sulla sua pagina facebook ha portato all’attenzione mia e dei suoi amici virtuali una notizia – come tutte quelle belle – passata in sordina.

Buona lettura.

L’inte(g)razione avviene anche attraverso lo sport. …  di Marco Pacciotti

Poche righe su alcuni quotidiani sportivi e ancor meno sugli altri. Questa l’attenzione dei media all’approvazione da parte della Camera del cosiddetto Ius Soli sportivo. Lo registro con lo stesso dispiacere con il quale noto invece il risalto dato alle parole indecenti di Salvini sull’accoglienza da negare a chi fugge dalla morte e al vergognoso diniego da parte di Maroni e Zaia ad accettare nelle loro regioni quote di richiedenti asilo, cosa che invece ha visto tutte le altre regioni solidali e disponibili a collaborare. Evidente che per la Lega si tratta di un cinico calcolo elettoralistico giocato sulla pelle di donne, uomini e bambini per un pugno di voti in più. Di solito ho un approccio razionale e che evita per quanto possibile di ricorrere alle categorie della morale per contrastare gli avversari politici, ma stavolta non esito a definire immorale questo atteggiamento.

Detto questo,  la bella notizia di ieri (14 aprile 2015) invece va secondo me fatta conoscere, negli effetti e nella storia che la determina perchè è un bell’esempio di impegno e coerenza che migliorera la qualità della vita di tante ragazzi e delle lor famiglie e che rende il nostro paese più civile e moderno, con buona pace di Lega e dei fascistoidi di varia provenienza con i quali si stanno inquadrando in tutta Italia nel tentativo di imitare la Le Pen.

La prima volta che mi trovai a discutere dello Ius Soli sportivo fu diversi anni fa in un dibattito promosso dai GD al loro campeggio nazionale estivo. Al dibattito partecipava anche Filippo Fossati allora presidente nazionale UISP, già da tempo tenacemente impegnato in questa battaglia di civiltà. Come Forum immigrazione del PD aderimmo subito.

A pochi anni di distanza Fossati è diventato deputato del PD e ha portato a compimento quella battaglia. Una coerenza importante simbolicamente, ma anche per gli effetti importanti nella vita di tanti ragazzi che fino a ieri si sentivano, anche nell sport, figli di un dio minore. Potevano giocare ma poi non partecipare, perchè per molte federazioni sportive i ragazzi stranieri nati o cresciuti in Italia non erano tesserabili e quindi non potevano partecipare ai campionati come i loro amici. Una regola anacronistica e ingiusta che già in tenera età e in un contesto importante nella crescita di un ragazzo come lo sport, poneva subito l’ennesimo elemento di discriminazione e di separazione dagli altri.

Essere intervenuti per sanare questa ferita non è certo risolutivo di tutte le questioni aperte – e sono molte – che ancora ribadiscono questa “diversità” in negativo. Il voto di ieri però rappresenta un atto concreto e spero un acceleratore per altri provvedimenti decisivi nella costruzione di un paese  in cui le diversità e le culture siano messe nelle condizioni di essere valorizzate e di esprimersi concorrendo al benessere di tutta la comunità. Possiam affermare che coesione e modernità siano stati i concetti che hanno ispirato il legislatore in questo caso. Si apre così un canale di interazione formidabile per i ragazzi e le loro famiglie, una occasione in più di condivisione all’interno di un contesto di socialità importante come è lo sport, con il suo valore educativo e formativo oltre che ludico

Da ieri centinaia di migliaia di bambini e le loro famiglie si sentiranno un pò meno stranieri e un pò più parte di un tutto. Da ieri anche il nostro Paese nel suo insieme è pò più forte, perchè estendere un diritto non tutela solo chi ne beneficia ma tutta la comunità in cui esso è inserito. Ne rafforza il processo reciproco di identificazione e le ragioni di partecipazione. Ieri credo che si sia fatto un passo in avanti in questa direzione, una cosa non banale quindi ma quasi ignorata questo l’unico cruccio a cui porre rimedio facendo conoscere questa cosa e discutendone. Credo che rimarremo sospresi nello scoprire quante persone anche di altro orientamento trovino naturale quanto fatto o si sorprendano che non sia già così.

C’è ancora molto da fare, ma evitiamo di considerare questa legge come simbolica. Essa avrà invece degli effetti importanti nella quotidianità di tanti e soprattutto sarà di stimolo ad accellerare l’iter legislativo sulla cittadinanza vera e propria per i bambini nati o cresciuti in Italia. Un provvedimento che oltre il 70% degli italiani approvano in modo trasversale, segno che ancora una volta la società è avanti rispetto ai tatticismi di una certa politica.

Mi sembra proprio che i tempi siano maturi per sincronizzare l’orologio del Parlamento con quello del Paese e dare un’altra bella prova di politica, coraggiosa e lungimirante come quella data ieri.

Charlie Hebdo. “Islam si dissoci”! Da cosa? … e quel silenzio che non aiuta…

Da più esponenti politici ed anche di primo piano del mondo cattolico viene chiesto alla comunità mussulmana di dissociarsi dai terribili fatti accaduti il 7 gennaio scorso a Parigi. Nel cuore dell’Europa democratica e libera hanno perso la vita dodici innocenti, dodici cari che muoiono massacrati per mano di criminali, infedeli che giustificano le loro azioni in nome di un Dio che appartiene a milioni di altri che con questi fatti non hanno nulla a che fare.

Dissociarsi significa aver prima fatto parte di un gruppo, di un credo, aver condiviso gli ideali e gli obiettivi. Dissociarsi vuol dire non voler più fare parte di quel gruppo, di quel credo, di non condividere più gli ideali e gli obiettivi.

Mi chiedo allora:  Perché invece di chiedere alla comunità mussulmana di dissociarsi non le viene offerta la solidarietà per come quei terroristi hanno tentato di rappresentarla usando il nome di Allah? Siamo sicuri che le vittime durante quei attentati siano solo i dodici cittadini innocenti francesi? Siamo certi che quella violenza non abbia ferito anche l’intera comunità mussulmana che ogni giorno convive in collaborazione e condivisione dei principi di civiltà, libertà e democrazia?

Vedo una scena surreale: I credenti mussulmani che si sistemano alla finestra osservando il campo da calcio dove altri hanno dato vita ad una competizione tra fedi e mettono in discussione la  civiltà. Una partita giocata da chi crede che la sua fede sia moderata e giusta contro gli ultras dell’altra fede.Estremisti in rappresentanza di un credo che appartiene ad altri milioni in giro per il mondo ma che rimangono in attesa che l’arbitro –  il pubblico – comprenda che non è una partita alla pari. Che non si possono mettere in concorrenza di lealtà, di principio di libertà, civiltà e pace due fedi che insieme ripudiano la violenza e predicano in egual misura il rispetto per il prossimo. Ma, ciò che più stupisce è che a rappresentare sul campo da gioco la fede mussulmana sono stati chiamati dai cosi autoproclamati “difensori dell’Europa cristiana” gli estremisti, i terroristi, gli infedeli che usano il nome di Allah ma che non rispecchiano in alcun modo i fedeli dell’Islam.

Chiedo alla comunità islamica moderata, – dichiara Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana – di dissociarsi da quei atti del 7 gennaio scorso”

“L’islam non è una religione come tutte le altre.” – rafforza il pensiero l’illuminato Salvini, presidente del partito Lega Nord – “Nei pianerottoli di casa nostra cè sempre un mussulmano pronto a sgozzarci” – conclude terrorizzando i cittadini ed accusando di crimini inenarrabili l’intera comunità mussulmana sostenuto dal silenzio di quest’ultima.

E’ ovvio però, che in tempi di una comunicazione spicciola, fatta di frasi d’effetto e senza proposte costruttive e risolutive, se la comunità mussulmana rimane in silenzio lasciando che venga fatto il confronto estremisti (islam) ed Europa  è inutile che dopo si stupisca se la accusano di giocare sporco. Aggrappata, forse, alla speranza che il pubblico – europeo/italiano – impari a conoscere il suo credo, questa comunità non si sta facendo un favore e non lo sta facendo neanche all’Europa.

L’Islam è molto lontano dalla cultura europea, è lontano per storia e geografia. E’ un mondo che richiede impegno, approfondimento e comprensione. Non è il contrario di ciò che l’Europa è ma è sconosciuto e spesso mal interpretato. Perciò, occorrerebbe che chi pratica la fede e chi si è dedicato ad andare oltre le frasi fatte si avvicini al popolo ed esprima la posizione dei mussulmani.

Chi conosce il Corano sa bene che la religione mussulmana è basata sul principio della pace. Che il ripudio della violenza è uno dei suoi punti cardine. Eppure, in troppi hanno colto con “entusiasmo” i fatti del 7 gennaio scorso e si sono lanciati alla caccia al voto scagliando appelli ed accuse, più o meno velate, dando cosi un’immagine dei fedeli della religione mussulmana come prossimi sgozzini.

La comunità mussulmana dovrebbe smetterla di stare in silenzio, di voler lasciar il tempo a dare le risposte. Dovrebbe attivarsi per farsi conoscere ed aprire le porte al mondo. Le televisioni, i giornali e socialnetworks sono zeppi di personaggi che la giudicano, la accusano ed invitano altri a prendere le distanze da loro. Ritenere di non dover immischiarsi con questo modo di comunicazione non la renderà più amata agli occhi di Dio, non la renderà superiore agli estremisti politici che nella passività comunicativa dei mussulmani vedono l’assenso delle loro accuse.

Ma voi no, voi…

Vi cucite le bocche e lasciate che altri vi lancino accuse di terrorismo e di alimentare odio dietro a dei richiami che non servono ad altro se non a dare un’immagine di voi come dei criminali. Come se, il difendere il proprio credo sia di per sé un crimine. Come se, pretendere il rispetto per la vostra anima religiosa macchi le vostre mani del sangue degli innocenti di Parigi.

Avete già espresso il vostro dolore per le famiglie delle vittime. Avete dato la vostra solidarietà totale alla Francia ed ai suoi cittadini cresciuti nel senso della libertà di espressione e di democrazia. Non temete allora di ricordare al mondo le parole di qualcuno che conosce molto meglio e ne ha apprezzato l’opera, Marthin Luther King.

“La mia libertà finisce là dove prende inizio la vostra”.

Ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero in modo civile e di ricevere pensieri contrastanti al suo in egual modo. Il 7 gennaio è stato progettato da dei infedeli, criminali, organizzazioni terroristiche che nulla hanno a che fare con il credo. Hanno portato via dalle famiglie ed i loro cari dodici innocenti che avevano il diritto di esprimere il loro pensiero, di fare caricature ed ironizzare su tutto ciò potessero. Ciò non toglie, che quelle vignette erano offensive per voi e per il vostro credo, come lo sono stati per i cattolici ed il papà le precedenti. Non dovreste intimidirvi a sostenere le vostre posizioni. Dovreste invece, spiegare al mondo che nei secoli i mussulmani non hanno mai dato una immagine ad Allah e Muhammad (Maometto) perché lo ritengono offensivo paragonarli e rappresentarli da uomini. E quando vengono raffigurati in una caricatura per voi raggiunge la blasfemia.  Insegnate al mondo che il terrorismo non ha fede. Che la vita d’altri non si può negare. Che la violenza non ammessa nella vostra religione e che l’uomo è subdolo, è operatore del suo male e delle sue paure. E che voi nonostante non condivideste quelle pagine condannate ogni crimine.Perché di questo si tratta.

Di criminali che interpretano il vostro credo e usano il nome del vostro Dio per azioni ripudiati dalla vostra fede.

Agon Italia, da Caprarica alla sede dell’albeggiante canale tv.

Una solita giornata da “giornalista” freelance.

Mi trovo davanti all’ingresso della sede della giovane rete televisiva Agon Channel Italia. Mi avvicino al portone, parlo con la guardia dell’edificio, mi presento e vengo accompagnata all’interno della redazione di Agon Channel Italia che risiede soppalcata a quella madre, albanese.

L’anno scorso ero andata a conoscere i preparativi per il lancio rimanendo colpita dall’entusiasmo che trasmettevano i giovani collaboratori italiani chiamati alla riuscita del progetto. Avendo portato a casa le dichiarazioni del direttore esecutivo Marco Olivieri ( vedi Tirana 1,2,3 in onda Agon Italia) mi soffermai questi mesi ad osservare lo sviluppo di quanto promesso.

Ma, dopo le dichiarazioni di Antonio Caprarica ( ex direttore news di Agon Channel), di come la struttura per la produzione italiana fosse fatiscente, incoerente con l’ambizione del produttore. Di come, secondo l’ex corrispondente Rai, gli operatori fossero sfruttati ed il prodotto finale da presentare al pubblico dello stivale non potesse essere migliorato in condizioni cosi precarie, la curiosità di indagare e capire meglio le sue accuse mi spinse ad accertarmi di quanto lui ha dichiarato e di documentare la realtà lavorativa della sede.

Ebbene sì, la redazione italiana risiede appunto, nell’imponente soppalco ricavato in altezza all’interno di quella fortunata dell’aquila bicipite. Sono una decina di scrivanie comunicanti, come in tutte le redazioni giornalistiche. Quella del direttore a fronte tutti per poter comunicare, riunire e progettare la giornata.

Gli studi a disposizione per la registrazione dei programmi sono solo tre per entrambe le reti. Gli operatori che concorrono allo sviluppo del palinsesto sono gli stessi. Le camere di regia non sono mai vuote ed a fatica incastrano i tempi tra un prodotto riferito al pubblico albanese e quello italiano. I montaggi dei programmi italiani invece avvengono in separata sede. Come dichiarato da Caprarica, all’interno dei contener  sistemati nell’area parcheggio della sede televisiva o meglio delle sedi televisive. Perché è sicuramente vero che tra di loro vi sia una collaborazione/invasione di spazio ma è altrettanto vero che l’una senza l’altra, da quanto me accertato, non potrebbero esistere.

Per la precisione i contener sono insonorizzati, riscaldati e ventilati. Dotati di tutte le apparecchiature necessarie per il montaggio del prodotto finale.

“E’ un esperimento che ha bisogno di prendere le misure,- dice Juli Binjaku, giornalista albanese e colonna di supporto per entrambe le reti,- e nessuno di noi prima poteva conoscere i limiti, le difficoltà e le possibilità di riuscita. E’ facile giudicare prendendo in esempio grandi strutture di televisioni ed affermate italiane e/o albanesi, ma nessuno considera l’ambizione e la grinta che questa nuova rete, soprattutto italiana offre al pubblico e l’opportunità a noi collaboratori di costituire le fondamenta e di solidificarle facendo crescere la struttura e sviluppandoci insieme . E’ una opportunità unica, – continua Juli,- per i giovani giornalisti ed operatori che hanno voglia e capacità di crescere. Siamo tutti alla ricerca del nuovo, ci lamentiamo di continuo di non trovare spazio di sviluppo all’interno di grandi televisioni, di non essere presi in considerazione nelle nostre idee innovative e di essere sottopagati. Ma con Agon, nonostante le difficoltà tipiche di una rete in rodaggio (soprattutto quella italiana) abbiamo dimostrato che si può dare spazio all’innovazione, si può mettere in piedi una rete in corrispondenza e farla crescere stimolando il desiderio e l’ambizione di giovani giornalisti”

Gli operatori, i cameramen, i supporti tecnici li trovi sempre tra le mura della sede in attesa di continui spostamenti sul loco della notizia da cogliere. Sono intercambiabili e professionisti del loro mestiere. La maggior parte di quelli incontrati provengono da altri canali principali dei media televisivi albanesi. Ragazzi e ragazze giovani che riconoscono il bisogno di un allargamento della struttura e di una organizzazione più definita delle due reti ma che ti contagiano con la loro grinta portando l’attenzione su quanto fatto fino ad ora.

Vige un frenetico entusiasmo all’interno delle redazioni. Un via vai di persone comuni, di professionisti ed anche dilettanti di tutte le età che offrono la loro immagine, l’esperienza di vita, di lavoro, la loro formazione culturale e professionale partecipando agli infiniti casting messi in piedi dalla redazione italiana. La ricerca di calciatori, di modelle, di bodyguard e diverse altre figure uniti dal desiderio di offrire il nuovo. Qualcosa che in Italia non si era ancora offerto. E non stupisce infatti, che tutti, soprattutto giovani giornalisti italiani, siano disposti allo spostamento permanente in Albania pur di trovare lo spazio che permetterebbe a loro di mettere in risalto la loro preparazione e le loro facoltà. Ne sono un esempio, Tommaso Mattei e Giorgia Orlandi, giovanni con comprovata esperienza giornalistica, anche internazionale, che hanno lasciato famiglia ( Mattei moglie e figli) per conseguire la loro crescita professionale mettendosi a prova di facoltà a fianco del responsabile della redazione sportiva di Agon Channel al quale, dopo l’abbandono di Caprarica è stato affidato la direzione della redazione News, Giancarlo Padovan, giornalista professionista dal 1982, editorialista, opinionista nonché docente universitario. Nel suo curriculum troviamo anche collaborazioni con il quotidiano “La Repubblica”, “Il corriere della Sera”, “Il Fatto Quotidiano”  ed innumerevoli presenze in autorevoli trasmissioni sportive delle grandi reti italiane.

Visto da fuori, da chi si trova lì solo per documentare, appare tutto molto suggestivo e disorganizzato. Giudicando dal lancio fatto a Milano della rete Agon Italia in tanti hanno immaginato, grazie anche alla presenza di figure come Simona Ventura, che la sede della rete fosse un colosso di immagine. Quella è l’ambizione! Quella è la prospettiva!

Nuovi studi in costruzione che permettano una migliore suddivisione degli spazi tra le omonime reti albanese ed italiana. Nuovi collaboratori chiamati ad offrire la loro preparazione. Una rete logistica in continuo sviluppo, un palinsesto aggiornato, diritti di immagine in trattativa e la costante consapevolezza di poter crescere.

Chiedere oggi, a meno di tre mesi dalla nascita della rete italiana, che Agon sia competitiva ed impeccabile sarebbe non riconoscere il lavoro quotidiano che tutti i giornalisti ed operatori sono chiamati a fare.

Non esiste una pillola magica, niente trucchi e niente miracoli. Esiste la tenacia, la preparazione, l’incentivo che ti porta a migliorare. Osservando le decine di giornalisti italiani concentrati davanti ai loro computer, presi da mille telefonate per cogliere la notizia,organizzando il palinsesto, selezionando le immagini ed i video, si nota come corrono sotto-sopra tra le due redazioni, discutendo con i loro colleghi albanesi su come costruire e migliorare i programmi. Si coglie la loro dedizione e passione per questo progetto che li ha portati oltre mare lasciando famiglia, amici e lavori “fissi”, e dovrebbe insegnarci, aldilà dell’interesse economico di un editore, che l’Italia ha sete di incoraggiamento. Che i costi per la costruzione di una struttura ed il suo mantenimento affaticano e sacrificano la crescita dei nuovi giornalisti.

La maggior parte del pubblico non sa che nello stivale un articolo viene pagato anche solo 5 euro, e tante, troppe volte non viene retribuito affatto. (vedi Vesti da blogger) Il pubblico ignora, e non certo per colpa sua ma per il sistema burocratico, quello tassativo e di favoreggiamento che affligge l’Italia, che tantissimi giovani giornalisti e aspiranti tali all’interno dello stivale non trovano spazio poiché la redazione non si può permettere di pagarli oppure non sono figli di privilegiati.

Si giudica sempre il prodotto finale. La nostra società ce lo ha imposto nel tempo e sempre meno analizziamo il percorso di un prodotto, di una immagine e di un risultato.

Il lavoro di un giornalista, il dare vita ad una rete, la ricerca, l’analisi di un fatto e la certificazione delle fonti, il presentare la notizia al pubblico accolto da uno studio televisivo che trasmetta serietà e ponderazione, non è misurabile e valutabile all’interno dello spazio di una trasmissione televisiva.

Vi è sicuramente bisogno di un allargamento di strutture e di nuove collaborazioni all’interno di Agon. Manca la facoltà di trovarsi sul pezzo con una troupe propria in loco italiano. Sicuramente la logistica chiede accorgimenti, ma Mediaset non nacque quella di oggi, LA7 neanche.

Direi, che per giudicare questo progetto dovremmo aspettare almeno la prossima stagione autunnale quando il quadro delle possibilità e di difficoltà sarà più chiaro. Quando si prenderà atto di ciò che si può fare, che si deve e di ciò a cui bisogna rinunciare.

Per adesso, dopo la mia breve permanenza tra le due redazioni, posso testimoniare la veste di euforia da cui sono pervasi i collaboratori, la chiarezza sull’obbiettivo da raggiungere e gli investimenti in atto per migliorare il lavoro di gruppo.Tutti incentivati sulla crescita professionale e la non meno importante, quella economica.

Italia-Albania: derby di casa mia

Di Marco Pacciotti

Coordinatore Nazionale del Forum Immigrazione PD

“Italia – Albania, derby di casa mia” era scritto a mano su uno striscione esposto a Genova durante l’amichevole fra le rispettive nazionali di calcio.

Una frase semplice e geniale, rivelatrice dello spirito che ha spinto decine di migliaia di nostri concittadini albanesi ad andare allo stadio. E’ stato uno spettacolo nello spettacolo, passato un po in sordina nei media rispetto agli allarmi lanciati invece nei giorni precedenti dopo la partita con la Croazia e memori di quanto avvenuto in precedenza nella partita con la Serbia.

E’ andata molto diversamente ed è giusto ribadirlo e cercare di capirne le ragioni. Eviterei subito quelle “manichee”, per cui esisterebbero popoli buoni e altri meno. Ho la fortuna e il piacere di avere amici provenienti da vari Stati balcanici e di aver viaggiato nei loro Paesi. E sempre ho trovato accoglienza e civiltà, a conferma che le persone e i paesi vanno conosciuti per farsi un’idea. A Genova però qualcosa di staordinario è accaduto e credo che anche la location abbia contribuito. Provo a spiegarmi. Da circa 25 anni la migrazione albanese in Italia ha rappresentato a periodi oggetto di articoli e riflessioni, quasi sempre negativi. I primi articoli, in coincidenza con l’arrivo di barconi strapieni, erano un po’ paternalistici e descrivevano queste persone come un popolo di straccioni in fuga da aiutare con sopportazione. Poi venne la stagione degli albanesi ladri, stupratori e violenti e se ne parlava quindi unicamente in cronaca nera. Da qualche ora invece se ne parla come di angeli spuntati dal nulla. Certo meglio questa di rappresentazione che le altre, ma anche questa è frutto di ignoranza e a pensarci bene… la sorpresa di tanti sul comportamento encomiabile denuncia un pre-giudizio negativo.

Credo invece che andrebbe detto che i 25.000 albanesi allo stadio, non sono spuntati dal nulla, ma fanno in larga parte di una diaspora di oltre 500.000 donne e uomini che vivono e lavorano da anni in Italia, di ragazzi nati e cresciuti qui, che sentono l’Italia come “casa mia” appunto, e pertanto ci vivono con rispetto, affetto e, cosa non trascurabile, producendo ricchezza economica e culturale per tutti noi. Donne e uomini che come noi hanno vissuto con sgomento la tragedia di Genova alluvionata e che forse hanno colto questa occasione per dimostrare gioiosamente la loro doppia appartenenza anche attraverso la presenza, in segno di vicinanza alla rappresentativa nazionale e alla città. Non credo fosse solo voglia di riscatto, di mostrarsi diversi da come per anni si è stati descritti o migliori di altri. Penso da quel che ho visto, letto e ascoltato che sia stato un fatto spontaneo e naturale. Ecco qui credo sia la differenza di quanto accaduto negli spalti e da questo vengano quelle parole sullo striscione. Altre tifoserie vengono da fuori, e pochi cretini che considerano terreno di conquista gli stadi delle squadre avversari ci possono stare. In questo caso invece c’erano migliaia di persone venute a sostenere la loro squadra in quella che consedirano casa loro, e la propria casa si tiene con cura e affetto, insomma “casa dolce casa” è un motto universale e si è ben visto anche questa volta!

Fratelli d’Albania…

Di Paolo Muner
Manco da questo “blog” praticamente dal primo giorno, quello del Giuramento di Darina; e l’occasione che mi ci riporta oggi è di quelle, diremmo, della “stessa serie”, solo che – Darina non me ne voglia – questa è enormemente più “importante”.
Parliamo di calcio? No, di tutt’altro…
FRATELLI D’ALBANIA
Uno dei luoghi comuni – giornalisticamente – più abusati, a proposito dell’”utilizzo”, da parte degli italiani, dei due sommi simboli nazionali (l’Inno e la Bandiera”), ci ricorda come tali valori vengano purtroppo “rispolverati” solo in occasione – ahimè – della partite della nazionale di calcio.
Il che è terribilmente vero.
Sarà frutto di mezzo secolo di lavorio sotterraneo (nemmeno tanto…..) di una certa intellighenzia di parte, sarà che – magari sbagliando – ci portiamo addosso qualche senso di colpa, e qui sarà anche che siamo pure un po’ “fessi”, perché , senza andare molto lontano, abbiamo dei vicini europei che ne hanno combinate ben peggio, e vanno in giro per il mondo, non da oggi, ma da subito dopo la guerra, sempre a “testa alta”, fatto sta che in Italia, quei due simboli, Inno e Bandiera, a volte sembrano orpelli scomodi.
E, tutto sommato, bistrattati: bandiere esposte sulle facciate di edifici pubblici, anche sedi di istituzioni importanti, logori, stinti e strappati e, per quanto riguarda l’inno, va bene se i più (compresi i nostri ex-campioni del mondo super pagati) ne conoscono le prime due strofe (e lasciamo perdere quanto ne conoscano il vero significato); per non parlare del titolo, anzi dei titoli, perché, anche lì , siamo stati capaci di complicarci la vita.
Ma se, per vedere bandiere fiammanti (come quelle di cui parla Enest Koliqi in Tregtar Flamujsh) e sentire cantare l’inno nazionale a squarciagola, bisogna aspettare le partite della nazionale di calcio, le cose non vanno – negli ultimi anni – nemmeno troppo bene.
A meno che……a meno che non ti capiti di essere a Genova, Stadio “Luigi Ferraris”, Lunedì scorso, letteralmente gremito di migliaia di tifosi albanesi.
Si giocava, in amichevole, Italia – Albania, pare fosse addirittura la prima volta che le due nazionali si incontravano, nella pur ultracentenaria storia di rapporti tra i due stati…; dopo l’esecuzione dell’ “Himni i flamurit”, cantato in coro da un popolo intero che – si è visto dal labiale – lo conosceva perfettamente dalla prima all’ultima strofa, è stata la volta dell’”Inno di Mameli” (o Canto degli Italiani). E qui è successo quello che non esiterei a definire un fatto storico: accanto a poche migliaia di italiani, 10/15 mila albanesi lo hanno intonato anch’essi, come fosse la cosa più naturale del mondo, con una differenza, però, che, cantando quell’inno, addobbati di bandiere e simboli tricolori di ogni tipo (compresi tatuaggi sul viso) accanto a quelli – propri – kuq e zi, essi non intendevano manifestare il proprio affetto verso la “squadra del cuore”: quello lo avevano già fatto pochi minuti prima, intonando l’inno albanese.
La loro partecipazione all’inno italiano è stato un vero atto di amore verso l’Italia, perché, come ha felicemente scritto Durim Lika “Gli albanesi d’Italia…..quando sentono l’inno italiano è come una seconda madre che ti ha cresciuto e che ti sta vicino per 20 anni.”
In Italia – che si ricordi – non era mai accaduto qualcosa di simile!

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