Presidente, l’Italia ha bisogno di italiani!

Il 14 gennaio scorso Giorgio Napolitano si è dimesso dal Presidente della Repubblica Italiana.

Dopo i saluti di rito ed i festeggiamenti al suo quartiere di residenza Monti, nel panorama politico italiano è partita la caccia al nuovo profilo presidenziale.

In oltre 150 anni di Repubblica d’Italia non si era mai vista tanta energia e coinvolgimento dell’opinione pubblica per l’elezione del Capo dello Stato, che dal 2013 appassiona e mette in evidenza le diverse sfumature della convivenza in parlamento. Infatti, i vari protagonisti delle correnti in opposizione si trovano a scoprire le carte all’elettorato ed ammettere come la consultazione, la convergenza e gli accordi su certi passaggi istituzionali siano doverosi anche se appaiono in contraddizione con la fede politica dei propri militanti.

Come ben si nota la tensione è alle stelle. Tra maggioranza ed opposizioni sembrano combaciare del tutto i disegni sul come dovrà essere il nuovo inquilino del Colle tranne che sui nomi da proporre alla camera dei deputati.

Le figure proposte fino ad ora infatti servono a testare l’equilibrio del parlamento ed individuare, al quarto scrutinio- da quanto previsto da Renzi-, la personalità che andrà ad occupare la massima carica dello Stato.

Gli inquilini del Montecitorio indicano come requisito indispensabile l’essere super partes del nuovo Capo dello Stato. Vorrebbero tutti una figura equilibrata ed equidistante, fedele ai dettati della Costituzione ma, “Non di Sinistra”. E’ questo il veto imposto dall’immortale Berlusconi che ritorna in pista immancabilmente ogniqualvolta si ritiene “smacchiato”.

L’analisi dei personaggi politici e/o di spettacolo come Magalli che vengono presentati in corsa al Colle, appare più un contentino da dare alle maggiori forze politiche parlamentari che la necessità di individuare una figura che rappresenti al meglio l’intero popolo italiano.

Prendendo spunto dalla passione per questo prossimo avvenimento che vede coinvolgere come mai prima i cittadini italiani, tralascio l’indicazione di un nome e propongo uno dei requisiti, a mio avviso, indispensabili che debba avere il nuovo Presidente della Repubblica d’Italia.

Qualità, che in tutta questa frenetica “collaborazione” fra le forze politiche (due!) non trova spazio neanche nelle più misere descrizioni del profilo che debba avere La carica più alta dello Stato.

Visto mai che venga accolto!

Vorrei un Presidente che sappia valorizzare lo Stato. Che pretenda da tutte le istituzioni, non solo nazionali ma anche nei piccoli comuni delle province italiane, di onorare l’appartenenza a questo Stivale. Di eseguire alla lettera i dettati della Costituzione e che trasmettano l’entusiasmo, la consapevolezza, il rispetto, la virtù di essere italiani.

Vorrei un Presidente che ci insegni ad essere fieri di appartenere a questa realtà.

Non mi importa quante cariche ha rivestito nella sua carriera politica, DEVE portare la società a sentirsi parte attiva nella storia, arte e cultura multiculturale – da sempre – italiana.

Presidente, svegli negli animi degli italiani la curiosità di conoscerla, e renda possibile che vengano messi in condizione di amarla.

Italia-Albania: derby di casa mia

Di Marco Pacciotti

Coordinatore Nazionale del Forum Immigrazione PD

“Italia – Albania, derby di casa mia” era scritto a mano su uno striscione esposto a Genova durante l’amichevole fra le rispettive nazionali di calcio.

Una frase semplice e geniale, rivelatrice dello spirito che ha spinto decine di migliaia di nostri concittadini albanesi ad andare allo stadio. E’ stato uno spettacolo nello spettacolo, passato un po in sordina nei media rispetto agli allarmi lanciati invece nei giorni precedenti dopo la partita con la Croazia e memori di quanto avvenuto in precedenza nella partita con la Serbia.

E’ andata molto diversamente ed è giusto ribadirlo e cercare di capirne le ragioni. Eviterei subito quelle “manichee”, per cui esisterebbero popoli buoni e altri meno. Ho la fortuna e il piacere di avere amici provenienti da vari Stati balcanici e di aver viaggiato nei loro Paesi. E sempre ho trovato accoglienza e civiltà, a conferma che le persone e i paesi vanno conosciuti per farsi un’idea. A Genova però qualcosa di staordinario è accaduto e credo che anche la location abbia contribuito. Provo a spiegarmi. Da circa 25 anni la migrazione albanese in Italia ha rappresentato a periodi oggetto di articoli e riflessioni, quasi sempre negativi. I primi articoli, in coincidenza con l’arrivo di barconi strapieni, erano un po’ paternalistici e descrivevano queste persone come un popolo di straccioni in fuga da aiutare con sopportazione. Poi venne la stagione degli albanesi ladri, stupratori e violenti e se ne parlava quindi unicamente in cronaca nera. Da qualche ora invece se ne parla come di angeli spuntati dal nulla. Certo meglio questa di rappresentazione che le altre, ma anche questa è frutto di ignoranza e a pensarci bene… la sorpresa di tanti sul comportamento encomiabile denuncia un pre-giudizio negativo.

Credo invece che andrebbe detto che i 25.000 albanesi allo stadio, non sono spuntati dal nulla, ma fanno in larga parte di una diaspora di oltre 500.000 donne e uomini che vivono e lavorano da anni in Italia, di ragazzi nati e cresciuti qui, che sentono l’Italia come “casa mia” appunto, e pertanto ci vivono con rispetto, affetto e, cosa non trascurabile, producendo ricchezza economica e culturale per tutti noi. Donne e uomini che come noi hanno vissuto con sgomento la tragedia di Genova alluvionata e che forse hanno colto questa occasione per dimostrare gioiosamente la loro doppia appartenenza anche attraverso la presenza, in segno di vicinanza alla rappresentativa nazionale e alla città. Non credo fosse solo voglia di riscatto, di mostrarsi diversi da come per anni si è stati descritti o migliori di altri. Penso da quel che ho visto, letto e ascoltato che sia stato un fatto spontaneo e naturale. Ecco qui credo sia la differenza di quanto accaduto negli spalti e da questo vengano quelle parole sullo striscione. Altre tifoserie vengono da fuori, e pochi cretini che considerano terreno di conquista gli stadi delle squadre avversari ci possono stare. In questo caso invece c’erano migliaia di persone venute a sostenere la loro squadra in quella che consedirano casa loro, e la propria casa si tiene con cura e affetto, insomma “casa dolce casa” è un motto universale e si è ben visto anche questa volta!

Fratelli d’Albania…

Di Paolo Muner
Manco da questo “blog” praticamente dal primo giorno, quello del Giuramento di Darina; e l’occasione che mi ci riporta oggi è di quelle, diremmo, della “stessa serie”, solo che – Darina non me ne voglia – questa è enormemente più “importante”.
Parliamo di calcio? No, di tutt’altro…
FRATELLI D’ALBANIA
Uno dei luoghi comuni – giornalisticamente – più abusati, a proposito dell’”utilizzo”, da parte degli italiani, dei due sommi simboli nazionali (l’Inno e la Bandiera”), ci ricorda come tali valori vengano purtroppo “rispolverati” solo in occasione – ahimè – della partite della nazionale di calcio.
Il che è terribilmente vero.
Sarà frutto di mezzo secolo di lavorio sotterraneo (nemmeno tanto…..) di una certa intellighenzia di parte, sarà che – magari sbagliando – ci portiamo addosso qualche senso di colpa, e qui sarà anche che siamo pure un po’ “fessi”, perché , senza andare molto lontano, abbiamo dei vicini europei che ne hanno combinate ben peggio, e vanno in giro per il mondo, non da oggi, ma da subito dopo la guerra, sempre a “testa alta”, fatto sta che in Italia, quei due simboli, Inno e Bandiera, a volte sembrano orpelli scomodi.
E, tutto sommato, bistrattati: bandiere esposte sulle facciate di edifici pubblici, anche sedi di istituzioni importanti, logori, stinti e strappati e, per quanto riguarda l’inno, va bene se i più (compresi i nostri ex-campioni del mondo super pagati) ne conoscono le prime due strofe (e lasciamo perdere quanto ne conoscano il vero significato); per non parlare del titolo, anzi dei titoli, perché, anche lì , siamo stati capaci di complicarci la vita.
Ma se, per vedere bandiere fiammanti (come quelle di cui parla Enest Koliqi in Tregtar Flamujsh) e sentire cantare l’inno nazionale a squarciagola, bisogna aspettare le partite della nazionale di calcio, le cose non vanno – negli ultimi anni – nemmeno troppo bene.
A meno che……a meno che non ti capiti di essere a Genova, Stadio “Luigi Ferraris”, Lunedì scorso, letteralmente gremito di migliaia di tifosi albanesi.
Si giocava, in amichevole, Italia – Albania, pare fosse addirittura la prima volta che le due nazionali si incontravano, nella pur ultracentenaria storia di rapporti tra i due stati…; dopo l’esecuzione dell’ “Himni i flamurit”, cantato in coro da un popolo intero che – si è visto dal labiale – lo conosceva perfettamente dalla prima all’ultima strofa, è stata la volta dell’”Inno di Mameli” (o Canto degli Italiani). E qui è successo quello che non esiterei a definire un fatto storico: accanto a poche migliaia di italiani, 10/15 mila albanesi lo hanno intonato anch’essi, come fosse la cosa più naturale del mondo, con una differenza, però, che, cantando quell’inno, addobbati di bandiere e simboli tricolori di ogni tipo (compresi tatuaggi sul viso) accanto a quelli – propri – kuq e zi, essi non intendevano manifestare il proprio affetto verso la “squadra del cuore”: quello lo avevano già fatto pochi minuti prima, intonando l’inno albanese.
La loro partecipazione all’inno italiano è stato un vero atto di amore verso l’Italia, perché, come ha felicemente scritto Durim Lika “Gli albanesi d’Italia…..quando sentono l’inno italiano è come una seconda madre che ti ha cresciuto e che ti sta vicino per 20 anni.”
In Italia – che si ricordi – non era mai accaduto qualcosa di simile!

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