Profughi in provincia. Inserimento non solo accoglienza

    “ Se mi avessero detto che per giungere in Italia avrei dovuto vivere la Libia non sarei mai partito. E se oggi mi dicessero che devo rientrare nel mio Paese, dopo quello che ho vissuto non rientrerei”

A parlare è Ibrahim, 32 anni della Costa d’Avorio. Padre di due bambini che per vivere nel suo villaggio si arrangiava con lavoretti sporadici. E’ partito con destinazione Europa circa un anno e mezzo fa con addosso solo i vestiti. Costa d’Avorio, Burkina Faso, Niger, Libia e poi Lampedusa. Quattro mesi per giungere in Libia dove è stato incarcerato per due settimane. Ha dovuto pagare con il sudore, le lacrime, il dolore la traversata del mare. Ha vissuto la violenza, gli abusi, lo sfruttamento, senza acqua e cibo, ha lavorato per non morire come un topo in quelle celle e si è guadagnato la salita a bordo di un barcone pieno zeppo di centinaia di altri immigrati alla ricerca della vita. “good luck” (buona fortuna).

La sua fortuna lo è stata davvero buona, insieme a quella di altri suoi 3 connazionali, di Adam, un ragazzo maliano, e Suaib senegalese.

Sono giunti in Italia circa un anno fa, sono stati registrati, controllati, medicati ed adesso sono in attesa della regolarizzazione del loro status. Prima Lampedusa, poi Bologna ( un centro del quale evitano di parlare), poi il dormitorio a Parma, e da poco più di un mese sono ospiti alla struttura di “Villa Amadei” di Coenzo, un piccolo paesino legato a Sorbolo in provincia di Parma.

E’ stato il sindaco di Sorbolo, Nicola Cesari, insieme al presidente della Onlus Co’ D’Enza ScS , Boris Donelli a presentarsi negli uffici della prefettura di Parma ed offrire la loro disponibilità ad accogliere questi 6 ragazzi. Forti dell’aiuto inestimabile dei volontari Ambros Laudani che segue i ragazzi passo dopo passo, Irene Ghezzi e Nadia Martelli che insegnano loro l’italiano e l’unico impiegato Filippo Faraguti che copre tutta la parte burocratica, quest’iniziativa è svolta con un unico obiettivo principale: inserire, non solo accogliere.

Secondo quanto previsto per legge infatti, le associazioni hanno l’obbligo di occuparsi dei profughi fino al giorno della loro regolarizzazione. Devono garantire a loro vitto, alloggio, assistenza medica, e linguistica. Ma l’intento della Onlus e dei suoi collaboratori è quello di fare in modo che i lunghi tempi di attesa per le pratiche burocratiche siano sfruttati al massimo perché i ragazzi, una volta liberi di muoversi e di cercare lavoro non si trovino incarcerati nella realtà quotidiana, girovagando in cerca di lavoro, a chiedere l’elemosina, a non gravare sul sistema assistenziale dello Stato, ma che siano inseriti al meglio nel tessuto della società ed abbiano acquisito una professione che possa garantire a loro il mantenimento in Italia.

“Io, – spiega Ibrahim,- ho affidato alla loro madre e zia i miei figli per fuggire dalle mani spietate dei gruppi etnici. Una guerra fra poveri. Ragazzini armati fino ai denti che ti trovi in casa in piena notte. Picchiano e violentano le nostre donne se ci rifiutiamo di combattere con loro una guerra non nostra. Vorrei poter aiutare i miei figli e per farlo devo guadagnare. Se questo vuol dire imparare un mestiere sono pronto a tirarmi su le maniche.”

Ed è a pochi metri dalla struttura dove abitano che Ibrahim, Sualju, Adam e gli altri 3 profughi hanno iniziato ad imparare a fare gli imbianchini, gli spazzini e i piastrellisti. Volontariamente. Sono stati loro ad offrirsi e grazie al loro impegno oggi l’asilo comunale di Coenzo ha preso i colori dell’arcobaleno, il passaggio pedonale è stato sistemato e da settembre i bambini possono viverlo con più serenità e sicurezza.

“In questo periodo in cui tutti offrono soluzioni nette al flusso dei profughi, cercando di evitare l’obbligo imposto per legge di accoglierli nei loro comuni, noi abbiamo voluto investire sull’accoglienza”- ci spiega Nicola Cesari, sindaco di Sorbolo (PD). Vogliamo mandare un messaggio non solo di buon animo alla comunità ma anche di convivenza. I ragazzi vengono coinvolti nella vita sociale della cittadinanza e i nostri cittadini, nonostante qualche titubanza iniziale dovuta alla mala informazione, oggi li conoscono e li hanno accolti come parte di noi.”

Stare fermi in attesa della regolarizzazione non è una loro scelta. Dicono di aver imparato le difficoltà che si incontrano in Italia e di voler rispettare la legge. Ma il futuro sfugge ai tempi della burocrazia. Vorrebbero mischiarsi alla comunità, creare rapporti con la cittadinanza, conoscerla e farsi conoscere. Vorrebbero mostrare la loro volontà di inserirsi nel mondo del lavoro, la loro umiltà, pronti a svolgere qualsiasi mansione purché sia onesta.

“L’Italia è molto diversa, – racconta Adam, 22 anni del Mali. Ho visto realtà molto complesse, persone fiduciose ed altre scoraggiate. Ho parlato con le persone e sono venuto a conoscenza dei loro problemi, tutti diversi, crisi economica, crisi sociale. Ma tutto ciò che voi lamentate per noi è il futuro. Voglio dire, vorremmo avere questi problemi.”

Vorrebbero avere i nostri problemi…

Le storie di questi ragazzi sono tutte uguali. Qualcuno è stato fermo in Libia per qualche mese, qualcuno meno, altri anche un anno. Tutti hanno lasciato alle spalle le loro famiglie con la speranza di unirsi ai loro parenti in Europa. Tutti giovani e quasi tutti non hanno potuto studiare in una scuola statale a parte Suaib, del Senegal, 21 anni. Ha finito il liceo nella sua terra, conosce perfettamente il francese e l’inglese. L’unico a parlare un italiano fluente ma troppo timido per raccontarsi. In Senegal, raccontano i volontari del Onlus era un calciatore professionista. Proviene da una famiglia benestante ma anche lui, come tutti gli altri, nonostante i ceti sociali di provenienza diversi sono fuggiti dalla loro Terra per le stesse ragioni. Hanno pagato oltre 10 stipendi medi di un operaio per poter attraversare il continente. Tutti loro sono stati trattenuti in Libia, tutti hanno lavorato, sono stati maltrattati, non si sono nutriti, hanno osservato le torture, hanno subito la sottomissione nelle carceri libiche. Hanno pagato con la pazienza e la determinazione di andare avanti il loro viaggio verso l’Europa.

E’ un bell’esempio di accoglienza ed inserimento quello della ONLUS Co’ D’Enza di Coenzo.

Con l’appoggio anche del comune di Sorbolo, presto questi ragazzi potranno prendere il volo nella società occidentale. Il sindaco, Cesari, esprime in pieno il proprio sostegno ai volontari ed ai loro progetti, e si spende in prima persona a fare da intermediario tra Calcio Sorbolo e Suaib perché possa continuare a sognare in grande. “Con le dovute assicurazioni- spiega Cesari,- in rispetto alle nostre leggi nazionali, possiamo fare in modo che anche altre strutture e realtà comunali capiscano che accogliere questi ragazzi può essere un vantaggio per tutti”.

Alla Onlus sono stati riconosciuti 30€ al giorno per ogni profugo ospitato, soldi che intanto sta investendo dai propri fondi. Non hanno alcun obbligo di rendicontare quanto speso, (ragion per cui le cronache sono piene del malfunzionamento del sistema). Per questo alla nostra richiesta di un secondo appuntamento tra due mesi per prendere conoscenza delle spese, il presidente Boris Donelli si è impegnato a rendicontare tutto e di mostrarcelo. “Abbiamo un obbligo sociale – dice-, e vorrei avvicinare la comunità di Coenzo e Sorbolo a questo progetto, perciò la rendicontazione, nonostante non sia richiesta per legge sarà fatta in modo scrupoloso”

Dopo i grandi scandali di Mafia Capitale, ed ‘i piccoli’ in giro per l’Italia il volontariato e la determinazione di questa struttura ha molta strada da fare e pregiudizi da affrontare.

pubblicato su http://www.shqiptariiitalise.com

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